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martedì 30 luglio 2013

Il Pil Usa «gonfiato» del 3%

da www.ilsole24ore.com


Fatti, fatti, fatti. Sarebbe bello se la scienza economica fosse questo: una scienza empirica come la fisica. Non può esserlo: cerca di imitare la sorella maggiore, per esempio attraverso una rigorosa formalizzazione dei suoi modelli; ma le resta - come ha spiegato da tempo l'economista Deirdre McCloskey della University of Illinois di Chicago - un "peccato originale": non tutte le grandezze previste o presupposte dai suoi modelli sono misurabili, e altre sono misurabili in modo approssimativo. A nessun fisico sarebbe permesso di procedere in questo modo.
Domani sarà la cronaca a imporre questa fondamentale obiezione (che gli economisti seri in qualche modo ammettono: la scelta dei "dati" è elemento fondamentale della critica delle ricerche statistiche proposte): il Bureau of Economic Analysis (Bea), l'ufficio statistico di Washington, ricalcolerà tutti i dati del prodotto interno lordo - quindi del principale dato economico - in modo da tener conto di alcuni "fattori immateriali". In questo modo i benefici futuri attesi delle spese per lo sviluppo di un nuovo farmaco, di quelle per girare un nuovo film, o scrivere una nuova canzone saranno introdotte nel pil indipendentemente dalle vendite che poi saranno realizzate.
Saranno considerati come investimenti: con un capannone o un macchinario - spiega la Bea - hanno alcune caratteristiche in comune. In particolare un diritto di proprietà - a volte creato, "costruito" dall'ordinamento giuridico - la durata, e l'utilizzo ripetuto. Finora queste spese erano considerati input intermedi o, in alcuni casi particolari, come consumi. Sfuggivano quindi alle statistiche «i benefici attesi nel futuro». La riforma vuole allora tener conto di questi fattori fondamentali della moderna "economia della conoscenza" (anche se non si estende a considerare come un asset il capitale umano).
C'è un problema, però: quello della misurazione. Non sempre - forse quasi mai - esistono prezzi evidenti, di mercato, per la "produzione" di ricerca e sviluppo che possano fare da guida certa. Occorrerà quindi far riferimento ad appositi indici, da aggiustare per la produttività. Analogamente, per le opere di entertainment, si calcolerà tra l'altro il valore attuale netto dei ricavi, e si userà un tasso di sconto fissato al 7% reale. Nello sforzo di avvicinarsi alla realtà, insomma, si perde precisione.
La riforma non si ferma qui. Saranno ricalcolati anche i contributi concessi dalle aziende ai lavoratori: finora era contabilizzato il loro valore "nominale", anche se si cercava poi di depurarli dall'inflazione, ora invece - semplificando molto - si aggiungerà la quota maturata, si potrebbe dire il "rateo", dei loro frutti.
La novità, in ogni caso, non è assoluta. Lo sviluppo dei programmi per computer e l'esplorazione mineraria sono già comprese nel pil Usa come investimenti. Ora il software sarà accorpato ai nuovi prodotti, e formeranno insieme "intellectual property products". La proprietà intellettuale, un tema ancora controverso - e soprattutto negli Usa, tra economisti di diversissimi orientamenti politici - si conferma quindi un elemento fondamentale del modello di sviluppo statunitense; e il riconoscimento statistico in un certo senso ne corona l'importanza.
I nuovi standard non sono però solo "americani". Sono stati definiti, nelle grandi linee, dalle Nazioni Unite nello Sna (System of national accounts) del 2008, sono già applicati da Australia e Canada, e potrebbero essere applicati l'anno prossimo anche da Eurostat. Probabilmente - ma dipenderà dalla "generosità" dei calcoli, in genere meno intensa nel Vecchio Continente - con effetti molto importanti. Gli americani si ritroveranno del resto con un pil più alto del 3%; e sarà interessante vedere come cambiano i tassi di crescita.
L'impatto politico sarà altrettanto forte. In una fase in cui sono centrali i rapporti deficit/pil (o valore aggiunto) e debito/pil, modificare contabilmente il denominatore non sarà irrilevante. Soprattutto se la possibilità di confrontare i pil (e i deficit, e i pil) è limitata dall'adozione - in ogni caso - di parametri di calcolo diversi. Si impone allora sempre più, in questa Babele statistica, un lavoro costante di traduzione.

venerdì 19 luglio 2013

Mo:Obama a Netanyahu,riavviare negoziati

da www.ansa.it

Con i palestinesi "al più presto possibile"

19 luglio, 09:02

ANSA) - NEW YORK, 18 LUG - In un colloquio telefonico, il presidente Barack Obama ha oggi ''incoraggiato'' il premier israeliano Benjamin Netanyahu ''a continuare a lavorare con il segretario di Stato John Kerry per riprendere i negoziati con i palestinesi al piu' presto possibile''. Lo rende noto la Casa Bianca. Obama e Netanyahu si sono sentiti nell'ambito delle loro "regolari consultazioni e hanno affrontato questioni di carattere regionale, tra cui i recenti sviluppi in Egitto, Iran e Siria". (ANSA).

Detroit dichiara bancarotta: è la più grande città Usa a "fallire"

da www.repubblica.it

Il governatore avvia le procedure di emergenza finanziaria per la città capitale dell'auto. Il debito ammonta a oltre 18,5 miliardi di dollari
dal nostro inviato MASSIMO VINCENZI

NEW YORK - Alla fine di una delle giornate più calde di questa bollente estate americana, Detroit entra ufficialmente nel suo inferno: arriva infatti nel tardo pomeriggio il via libera alle procedure previste dalla legge per il fallimento della città. La capitale dei motori e della musica nera conquista così il non invidiabile record della bancarotta più grande della storia americana. E’ la prima metropoli ad arrendersi davanti all’impossibilità di pagare i propri debiti che oscillano tra i 18 e i 20 miliardi di dollari.

Il commissario straordinario, Kevyin Orr non è riuscito nel miracolo che gli aveva chiesto a marzo il governatore del Michigan Rick Snyder. Che ora si limita a dire: “Mi sembra che non ci sia altra soluzione”. Eppure Orr ci ha provato in tutti i modi: ore al tavolo delle trattative con i creditori per convincerli ad allentare la presa, poi ancora con i sindacati per provare ad ottenere un via libera a tagli del personale e riduzione delle retribuzioni. Al termine di una riunione più difficili, verso la fine di giugno sbotta davanti ai microfoni: “Servono sacrifici dolorosi e devono essere condivisi da tutti. Ognuno deve fare la sua parte, altrimenti sarà la bancarotta”.

Ma non c’è stato niente da fare, i manifestanti rimangono sotto il suo ufficio con i cartelli: HANDS OFF OUR PENSIONS, giù le mani dalle nostre pensioni. E così dopo anche gli ultimi no, ecco la decisione non più rinviabile. Una mossa rischiosa e quasi paradossale, che arriva infatti nel momento in cui il settore dell’economia privata è in decisa ripresa. I tre giganti dell’auto Gm, Ford e Chrysler sono fuori dal tunnel: la produzione è ripartita, i contratti girano e anche secondo l’ultimo Beige Book della Fed il mercato delle quattro ruote è destinato a tornare sul bello stabile. Il New York Times raccontava due giorni fa del “miracolo di Jefferson North”, la fabbrica dove la Chrysler/Fiat produce la nuova Jeep Grand Cherokee destinata a portare nelle casse della società quasi due miliardi di dollari: “Un segno di speranza , la prova che la spirale negativa della città può essere interrotta”.

Persino il settore immobiliare segna qualche timido accenno di ripresa con il ritorno di investimenti nella parte più ricca. Ma la desertificazione dei quartieri, soprattutto quelli periferici, è la causa scatenante che ha portato al Chapter 9, la pratica che regola i fallimenti delle municipalità. “Siamo una grande città, ma siamo in declino da oltre sessant’anni”, dice Orr nella sua conferenza stampa più triste. Come rimanere a vivere da soli dentro una palazzo: la manutenzione costa, i servizi costano, tutto costa mai soldi non entrano più, visto che la base fiscale a cui far pagare le tasse si è ridotta. Dai quasi 2 milioni degli anni Cinquanta agli ottocentomila abitanti scarsi di oggi, dal 2000 un balzo all’indietro del 26%: il calo è vertiginoso. Una città dentro la città di quasi ottantamila edifici è disabitata, il 40% delle luci stradali non funziona, vigili del fuoco e polizia sono al limite della loro operatività. Gli agenti rispondono al numero delle emergenza, il 911, quasi con un’ora di ritardo, la media nazionale è di 11 minuti. Al contrario della criminalità che invece funziona benissimo contendendo a Chicago il record di violenza e omicidi. E sale pure la disoccupazione che negli ultimi dieci anni è passata dal 7.6% al 18,6%.

A peggiorare la situazione decenni di amministrazione pubblica a cavallo tra l’incapacità e il malaffare, con un’altalena di operazioni finanziare sbagliate, intervallate da veri e propri episodi di corruzione. Per questo un avvocato che ha seguito altri fallimenti pubblici e che conosce bene il caso di Detroit spiega al New York Times: “Non basterà sanare il debito, serve un cambio strutturale di tutta la gestione a partire dagli stipendi dei lavoratori pubblici, altrimenti da qui a pochi mesi i problemi torneranno uguali ad adesso”. E un altro sul Washington Post usa una metafora eloquente: “Come se fossimo stati investiti da una Katrina, ma lunga dieci anni”.

Quando riceverà il via libera ufficiale, il commissario potrà procedere a vendere gli asset per trovare un po’ di ossigeno. Una decisione, la sua, molto contrastata all’interno della metropoli, con i manager delle aziende private che hanno provato in tutti i modi a fargli cambiare idea. Spaventati dalle conseguenze imprevedibili di questa strada, a partire dal discredito gettato sul brand. Essendo il primo caso così grande, gli esperti infatti si dividono nei commenti sui media americani su quello che potrebbe accadere adesso. E lo stesso Obama segue passo dopo passo la situazione e i suoi collaboratori sono in stretto contatto con il commissario e il governatore. L’impressione è che molte altre città, nella stessa situazione, siano alla finestra per capire dove porta la strada della bancarotta: “Come se avesse ceduto una diga”, dice un’analista alla Cnn. Non resta che vedere se l’onda sarà bella da cavalcare o se travolgerà le speranze di Motor City.
(18 luglio 2013)

lunedì 8 luglio 2013

Alaska, cade aerotaxi: 10 morti

da www.repubblica.it

Un piccolo aeroplano a noleggio è caduto all'aeroporto di Soldotna, nella penisola Kenai in Alaska. Nessun sopravvissuto
L'aereo si è schiantato ed è poi bruciato la mattina di domenica, non si sa ancora se in fase di decollo o di atterraggio. Morti il pilota e i nove passeggeri. Il velivolo un de Havilland DHC3 Otter era impiegato da una società di aerotaxi, la Rediske Air. La zona è meta di turisti e pescatori.