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mercoledì 18 dicembre 2013

Ogm e formaggio feta ostacoli alla firma del Trattato transatlantico di libero scambio

da www.atlasweb.it

    di  .  Scritto  il  18 dicembre 2013  alle  6:00.

Colture geneticamente modificate, pollo lavato col cloro, quote di carne bovina e una disputa su chi possa chiamare “feta” il celebre formaggio greco sono seri ostacoli verso il raggiungimento del più grande accordo di libero scambio del mondo.ogm
I negoziatori di Stati Uniti e Unione Europea () determineranno questa settimana un’agenda i cui punti saranno discussi a durante un terzo round di colloqui, e si prevede che le questioni alimentari saranno tra le principali.
In tempi di scarsa crescita economica su entrambi i lati dell’, i negoziati tra i due blocchi cercano di integrare i due mercati che rappresentano quasi la metà dell’economia mondiale in un sofisticato accordo che va ben oltre la riduzione dei dazi.
Ma la questione relativa ai prodotti alimentari e i vecchi temi che hanno interessato molti negoziati di libero scambio in tutto il mondo complicheranno con ogni probabilità l’attuazione dell’ambizioso Partenariato transatlantico su commercio e investimenti ( per la sua sigla in inglese) tra Bruxelles e Washington.
Il recente accordo di libero scambio tra Ue e , conosciuto come , è stato preceduto da trattative durate mesi, alla fine delle quali Bruxelles si è decisa a permettere l’ingresso di 45 mila tonnellate di carni bovine canadesi e di 75 mila tonnellate di carni suine l’anno esenti da dazi.
Pur essendo una piccola frazione della produzione dell’Ue – pari a 7,7 milioni di tonnellate di carne bovina e di 20 milioni di tonnellate di carne suina l’anno -, le importazioni colpiranno gli agricoltori irlandesi e francesi. Un eventuale accordo con Washington consentirebbe l’ingresso di una maggiore quantità di prodotti.
L’Ue ha scartato la possibilità di importare carne di animali cui sono stati iniettati ormoni e ha assicurato che non aprirà “mai e poi mai” le sue porte alle colture geneticamente modificate.
Finora, il blocco ha permesso di piantare in Europa solo due di questi tipi di colture. Un terzo caso è in attesa di approvazione da ormai dodici anni.
Su circa 450 ceppi commerciali geneticamente modificati, l’Ue ha dato il via libera all’importazione di circa 50 come mangimi per animali.
L’Ue riceve circa 30 milioni di tonnellate l’anno per gli allevamenti di bovini, suini e pollame, ma i supermercati de blocco non mettono  in vendita alimenti geneticamente modificati per i consumatori.
Intanto, l’Ue è determinata a mantenere il suo sistema di indicazioni geografiche, che protegge il diritto esclusivo dei paesi o regioni al nome dei prodotti, come lo champagne francese, il formaggio greco feta o il prosciutto di Parma italiano.

mercoledì 9 ottobre 2013

Fed, Obama sceglie la «colomba» Janet Yellen: una donna per il dopo Bernanke

da www.ilsole24ore.com


Janet Yellen (Epa)Janet Yellen (Epa)

Pronti a un pizzico di ottimismo in Borsa? Oggi è possibile perché almeno un tormentone si è chiuso a Washington: sarà Janet Jellen, 67 anni, la numero due di Ben Bernanke. la nuova guida della Federal Reserve, la Banca Centrale americana. Barack Obama darà l'annuncio formale questa sera ora italiana, ma la decisione finale dopo mille tergiversazioni e un'epica battaglia con Larry Summers è presa.
Significa aver fatto la storia visto che la Yellen sarà la prima donna alla guida della Fed. Ma significa anche continuità per la politica monetaria, per la gestione economica del paese e, soprattutto per l'utilizzo del QEIII, nonostante il passaggio delle consegne avvenga da un presidente di nomina repubblicana come Ben Bernanke a una democratica come la Yellen.
I due infatti erano molto vicini dal punto di vista della gestione della politica monetaria, anzi, è noto che la Yellen aveva un atteggiamento persino più espansivo a sostegno dell'economia di quello di Bernanke. La sua determinazione a interpretare fino in fondo il ruolo della Fed per la creazione di occupazione in momenti di difficoltà economica è proverbiale. Per questo la notizia della sua nomina che dovrebbe rassicurare i mercati e portare una buona notizia dopo settimane di braccio di ferro politico sul bilancio e per il tetto sul debito. Allo stesso tempo la Yellen è determinata a controllare lo strapotere delle banche o il concetto che una banca sia "too big to fail".
Una decisione storica, quindi, e sotto molti punti di vista: non solo perché la Yellen sarà la prima donna a guidare la Federal Reserve nei suoi oltre cento anni di vita. Sarà anche la prima donna a ricoprire un ruolo esecutivo di altissimo livello nella gestione economica del paese: nei 224 anni in cui il dipartimento del Tesoro americano è stato istituito, non c'è mai stata una donna alla guida del dicastero. La presidenza della Fed peraltro, grazie alla straordinaria autonomia e all'enorme potere per la gestione dell'economia non solo americana, ma di quella globale, è considerata da molti la seconda più importante posizione di potere negli Stati Uniti dietro a quella del Presidente. È anche la prima volta in quasi 30 anni che un democratico torna alla guida della Fed, da quando Paul Volcker fu sostituito da Rionald Reagan con Alan Greenspan nel lontano 1987.
Lo sguardo calmo, ma sorridente, una severa chioma di capelli bianchi, la Yellen è nata e cresciuta a Brooklyn dove ha studiato alla Fort Hamilton High School di Bay Ridge. Ha fatto il college a Brown e ha poi studiato con il premio Nobel James Tobin a Yale dove ha conseguito il suo dottorato di ricerca. Ha lavorato fin da giovane alla Federal Reserve, anzi, proprio alla mensa della Fed ha conosciuto l'economista che sarebbe diventato suo marito, George Akerlof. Ha poi insegnato a Berkeley. COn il marito ha sviluppato molte teorie economiche, la più importante quella secondo cui i mercati non operano necessarimente in modo efficente. La sua nomina non dovrebbe incontrare alcun ostacolo al moemnto della conferma al Senato.

lunedì 16 settembre 2013

Summers getta la spugna. Il favorito alla Fed dopo Bernanke dice no. Ora una donna in pole

da www.ilsole24ore.com


Larry Summers e Janet Yellen (Reuters/Ap)Larry Summers e Janet Yellen (Reuters/Ap)
Larry Summers ha gettato la spugna. L'ex segretario al Tesoro americano, stretto collaboratore di Barack Obama, ha deciso di ritirarsi dalla corsa alla presidenza della Fed, la Federal Reserve. Adesso si spalanca la porta per la nomina di Janet Yellen, attuale vicepresidente, che potrebbe diventare la prima donna a ricoprire questo incarico.
In una lettera indirizzata al presidente degli Stati Uniti, l'ex presidente dell'Università di Harvard ha scritto ieri: «Con grande dispiacere ho compreso che una mia eventuale nomina (davanti al Congresso) sarebbe fonte di dissidi e non gioverebbe all'interesse della Federal Reserve, né a quello del governo, né alla ripresa economica del paese».

Obama, con un comunicato ha annunciato di aver accolto la decisione di Summers: «Ho parlato con Larry Summers e ho accettato la sua decisione di ritirare la candidatura per la presidenza della Federale Reserve». Lawrence Summers, 58 anni, il principale consigliere economico del presidente Obama durante la prima campagna elettorale e i primi due anni alla Casa Bianca, era considerato il favorito per la presidenza della Fed.
Sessantasei anni, Janet Yellen, attuale numero due della Banca Centrale, è adesso la favorita per succedere a Ben Bernanke.

mercoledì 28 agosto 2013

«I have a dream». Compie 50 anni il «sogno» di Martin Luther King. Obama parla al Lincoln Memorial di Washington

da www.ilsole24ore.com

«I have a dream»: compie 50 anni il  «sogno» di Martin Luther King. Discorso di Obama a Washington
«I have a dream», ho un sogno. «Io sogno che i miei quattro bambini, un giorno possano vivere in una nazione in cui non verranno giudicati per il colore della loro pelle, ma per la sostanza del loro carattere». Sono le parole di Martin Luther King, in uno storico discorso tenuto a Washington durante una manifestazione contro i soprusi razziali. Oggi il «sogno» di Martin Luther King compie 50 anni e gli Stati Uniti non potrebbero trovare un modo migliore per celebrare questo anniversario.
Perché sarà proprio Barack Obama, il primo presidente afro-americano della storia del Paese, a presiedere la cerimonia. A lui spetta il compito non facile di pronunciare un discorso nello stesso Lincoln Memorial di Washington dove il reverendo King, il 28 agosto del 1963, parlò di fronte a una folla di 250mila persone.
La marcia su Washington è stata solo il culmine di una lotta per i diritti civili iniziata nel lontano 1955 a Montgomery, in Alabama, quando una sarta di nome Rosa Parks si rifiutò di cedere il suo posto in autobus ad un passeggero bianco. Anni dopo numerose associazioni si diedero appuntamento nella capitale degli Stati Uniti per dimostrare al mondo la forza dirompente delle loro idee.
Se per tutti gli afroamericani la marcia fu sinonimo di speranza, per i bianchi significò soprattutto paura. Il governo mobilitò 6.000 poliziotti, 2.000 aderenti alla Guardia Nazionale e 4.000 soldati. La protesta, contrariamente alla previsioni, si svolse pacificamente e segnò per sempre la storia degli Stati Uniti.
Nel 1963 King fu nominato dalla rivista Time "uomo dell'anno", mentre nel 1964 ricevette il premio Nobel per la pace. Nello stesso anno il Congresso varò il Civil Rights Act, la norma che rende illegale la segregazione razziale. Ma il cammino verso un'America più libera e più giusta era appena iniziato. Lo ha dimostrato l'assassinio dello stesso reverendo nel 1968.
Oggi, esattamente 50 anni dopo, la strada percorsa è stata lunga ma non è ancora finita. Secondo un sondaggio realizzato dal Pew Research Center il 45% degli americani ritiene che l'uguaglianza razziale sia ancora lontana. Non basta il successo al botteghino del film che racconta la storia del maggiordomo nero alla Casa Bianca, "Lee Daniels' The Butler", per dimostrare di essere un Paese più giusto. Lo dimostrano vicende controverse come quella di Trayvor Martin, il 17enne di colore ucciso in Florida lo scorso anno. Lo dimostra, soprattutto, la contestata assoluzione del suo assassino, il vigilante volontario George Zimmerman, che ha scatenato proteste in tutto il Paese.

domenica 11 agosto 2013

Usa:biglietto per Marte,100.000 in lizza

da www.ansa.it

Mars One al via nel 2022, col sogno di colonizzare pianeta rosso

10 agosto, 23:53

Usa:biglietto per Marte,100.000 in lizza (ANSA) - NEW YORK, 10 AGO - Un biglietto di sola andata per Marte per colonizzare il pianeta rosso: 100.000 persone si sono candidate a partecipare al progetto Mars One, che dovrebbe partire nel 2022. I 100.000 che si sono presentati per 40 soli posti disponibili - riporta la Cnn - sono pronti a trascorrere la loro vita su Marte, con il sogno di colonizzarlo. La prima missione costerà - afferma il coondatore e amministratore delegato di Mars One, Bas Lansdorp - 6 miliardi di dollari e sarà pagata da sponsor.

sabato 10 agosto 2013

Obama riforma i piani di sorveglianza

da www.ilsole24ore.com


NEW YORK
Barack Obama promette nuova trasparenza e più controlli per scongiurare abusi nei vasti programmi di sorveglienza elettronica dei servizi segreti americani, che hanno scatenato polemiche nell'opinione pubblica e tra i Paesi alleati sulle violazioni della privacy.
Per l'annuncio, che ha l'obiettivo di aumentare la fiducia nell'attività del governo statunitense, Obama ha scelto una conferenza stampa in serata. L'amministrazione non rinuncerà ai programmi, considerati un'arma cruciale nella lotta al terrorismo. Ma ha svelato una svolta “in quattro punti” per trovare un nuovo «equilibrio tra sicurezza e diritti»: ha annunciato che lavorerà con il Congresso «per riformare il Patriot Act», limitando l'intercettazione di comunicazioni telefoniche. Rafforzerà «i controlli esercitati della speciale Corte Fisc» che autorizza lo spionaggio. Aumenterà la trasparenza «rendendo pubbliche ragioni e scopi della sorveglianza». E creerà un'inedita task force di esperti indipendenti per riesaminare la stessa tecnologia usata, analizzando i rischi di violazioni dei diritti e l'impatto in politica estera. Un rapporto della commissione sarà pronto entro l'anno. Ai partner internazionali Obama ha assicurato che Washington «non è interesata a spiare la gente, ma a proteggere le persone e gli alleati».
Obama giovedì aveva già incontrato in privato gli executive di grandi società tecnologiche e di telecomunicazioni, da Apple a Google e a AT&T, per discutere e preparare proprio le nuove iniziative di trasparenza e riemase delle tecnologie.
Le rivelazioni sui programmi, gestiti dall'agenzia del Pentagono Nsa, sono finite anche al centro di tensioni con la Russia, esplose con la decisione della Casa Bianca di cancellare un summit tra Obama e Vladimir Putin agli inizi di settembre, ai margini del vertice del G-20 a San Pietroburgo. Una decisione motivata ufficialmente da «scarsi progressi» nell'agenda bilaterale ma soprattutto, seppur solo citata tra i «fattori», dalla scelta di Mosca di concedere asilo per un anno a Edward Snowden, il responsabile della fuga di notizie sullo spionaggio elettronico. Lo scontro non ha tuttavia interrotto i canali negoziali: Obama ha avverito che la retorica anti-americana di Mosca non aiuta, ma ha negato di avere un «cattivo rapporto con Putin» pur precisando che è opportuna una pausa nei rapporti. Nelle ultime ore alti funzionari americani e russi hanno rispettato l'appuntamento per dei colloqui a Washington.
La politica estera presenta altre sfide irrisolte di sicurezza nazionale. Resta aperta la crisi in Egitto, dove Washington mantiene incerti rapporti con il nuovo regime dei generali. E la minaccia del terrorismo si è riaffacciata, spingendo Washington a chiudere una ventina di ambasciate davanti a possibili attentati di al-Qaeda. La chiusura è stata criticata come eccessiva da alcuni osservatori e politici avversari, ma Obama l'ha difesa definendo la minaccia «specifica e credibile». La presenza di al-Qaeda e del terrorismo allunga inoltre ombre sul conflitto in Siria, dove gli Stati Uniti faticano ad agire.
La conferenza stampa, alla vigilia della partenza del presidente per le vacanze a Martha's Vineyard dove resterà fino al 18 agosto, è stata convocata anche per rilanciare l'agenda di politica economica. Obama insiste sulla necessità di spianare la strada alla riforma dell'immigrazione, che sani la piaga degli illegali e consenta alle imprese maggior flessibilità nell'attrarre nuovi lavoratori. Il presidente è inoltre impegnato in un braccio di ferro con i repubblicani su crescita e riduzione del deficit.

martedì 30 luglio 2013

Il Pil Usa «gonfiato» del 3%

da www.ilsole24ore.com


Fatti, fatti, fatti. Sarebbe bello se la scienza economica fosse questo: una scienza empirica come la fisica. Non può esserlo: cerca di imitare la sorella maggiore, per esempio attraverso una rigorosa formalizzazione dei suoi modelli; ma le resta - come ha spiegato da tempo l'economista Deirdre McCloskey della University of Illinois di Chicago - un "peccato originale": non tutte le grandezze previste o presupposte dai suoi modelli sono misurabili, e altre sono misurabili in modo approssimativo. A nessun fisico sarebbe permesso di procedere in questo modo.
Domani sarà la cronaca a imporre questa fondamentale obiezione (che gli economisti seri in qualche modo ammettono: la scelta dei "dati" è elemento fondamentale della critica delle ricerche statistiche proposte): il Bureau of Economic Analysis (Bea), l'ufficio statistico di Washington, ricalcolerà tutti i dati del prodotto interno lordo - quindi del principale dato economico - in modo da tener conto di alcuni "fattori immateriali". In questo modo i benefici futuri attesi delle spese per lo sviluppo di un nuovo farmaco, di quelle per girare un nuovo film, o scrivere una nuova canzone saranno introdotte nel pil indipendentemente dalle vendite che poi saranno realizzate.
Saranno considerati come investimenti: con un capannone o un macchinario - spiega la Bea - hanno alcune caratteristiche in comune. In particolare un diritto di proprietà - a volte creato, "costruito" dall'ordinamento giuridico - la durata, e l'utilizzo ripetuto. Finora queste spese erano considerati input intermedi o, in alcuni casi particolari, come consumi. Sfuggivano quindi alle statistiche «i benefici attesi nel futuro». La riforma vuole allora tener conto di questi fattori fondamentali della moderna "economia della conoscenza" (anche se non si estende a considerare come un asset il capitale umano).
C'è un problema, però: quello della misurazione. Non sempre - forse quasi mai - esistono prezzi evidenti, di mercato, per la "produzione" di ricerca e sviluppo che possano fare da guida certa. Occorrerà quindi far riferimento ad appositi indici, da aggiustare per la produttività. Analogamente, per le opere di entertainment, si calcolerà tra l'altro il valore attuale netto dei ricavi, e si userà un tasso di sconto fissato al 7% reale. Nello sforzo di avvicinarsi alla realtà, insomma, si perde precisione.
La riforma non si ferma qui. Saranno ricalcolati anche i contributi concessi dalle aziende ai lavoratori: finora era contabilizzato il loro valore "nominale", anche se si cercava poi di depurarli dall'inflazione, ora invece - semplificando molto - si aggiungerà la quota maturata, si potrebbe dire il "rateo", dei loro frutti.
La novità, in ogni caso, non è assoluta. Lo sviluppo dei programmi per computer e l'esplorazione mineraria sono già comprese nel pil Usa come investimenti. Ora il software sarà accorpato ai nuovi prodotti, e formeranno insieme "intellectual property products". La proprietà intellettuale, un tema ancora controverso - e soprattutto negli Usa, tra economisti di diversissimi orientamenti politici - si conferma quindi un elemento fondamentale del modello di sviluppo statunitense; e il riconoscimento statistico in un certo senso ne corona l'importanza.
I nuovi standard non sono però solo "americani". Sono stati definiti, nelle grandi linee, dalle Nazioni Unite nello Sna (System of national accounts) del 2008, sono già applicati da Australia e Canada, e potrebbero essere applicati l'anno prossimo anche da Eurostat. Probabilmente - ma dipenderà dalla "generosità" dei calcoli, in genere meno intensa nel Vecchio Continente - con effetti molto importanti. Gli americani si ritroveranno del resto con un pil più alto del 3%; e sarà interessante vedere come cambiano i tassi di crescita.
L'impatto politico sarà altrettanto forte. In una fase in cui sono centrali i rapporti deficit/pil (o valore aggiunto) e debito/pil, modificare contabilmente il denominatore non sarà irrilevante. Soprattutto se la possibilità di confrontare i pil (e i deficit, e i pil) è limitata dall'adozione - in ogni caso - di parametri di calcolo diversi. Si impone allora sempre più, in questa Babele statistica, un lavoro costante di traduzione.

venerdì 19 luglio 2013

Mo:Obama a Netanyahu,riavviare negoziati

da www.ansa.it

Con i palestinesi "al più presto possibile"

19 luglio, 09:02

ANSA) - NEW YORK, 18 LUG - In un colloquio telefonico, il presidente Barack Obama ha oggi ''incoraggiato'' il premier israeliano Benjamin Netanyahu ''a continuare a lavorare con il segretario di Stato John Kerry per riprendere i negoziati con i palestinesi al piu' presto possibile''. Lo rende noto la Casa Bianca. Obama e Netanyahu si sono sentiti nell'ambito delle loro "regolari consultazioni e hanno affrontato questioni di carattere regionale, tra cui i recenti sviluppi in Egitto, Iran e Siria". (ANSA).

Detroit dichiara bancarotta: è la più grande città Usa a "fallire"

da www.repubblica.it

Il governatore avvia le procedure di emergenza finanziaria per la città capitale dell'auto. Il debito ammonta a oltre 18,5 miliardi di dollari
dal nostro inviato MASSIMO VINCENZI

NEW YORK - Alla fine di una delle giornate più calde di questa bollente estate americana, Detroit entra ufficialmente nel suo inferno: arriva infatti nel tardo pomeriggio il via libera alle procedure previste dalla legge per il fallimento della città. La capitale dei motori e della musica nera conquista così il non invidiabile record della bancarotta più grande della storia americana. E’ la prima metropoli ad arrendersi davanti all’impossibilità di pagare i propri debiti che oscillano tra i 18 e i 20 miliardi di dollari.

Il commissario straordinario, Kevyin Orr non è riuscito nel miracolo che gli aveva chiesto a marzo il governatore del Michigan Rick Snyder. Che ora si limita a dire: “Mi sembra che non ci sia altra soluzione”. Eppure Orr ci ha provato in tutti i modi: ore al tavolo delle trattative con i creditori per convincerli ad allentare la presa, poi ancora con i sindacati per provare ad ottenere un via libera a tagli del personale e riduzione delle retribuzioni. Al termine di una riunione più difficili, verso la fine di giugno sbotta davanti ai microfoni: “Servono sacrifici dolorosi e devono essere condivisi da tutti. Ognuno deve fare la sua parte, altrimenti sarà la bancarotta”.

Ma non c’è stato niente da fare, i manifestanti rimangono sotto il suo ufficio con i cartelli: HANDS OFF OUR PENSIONS, giù le mani dalle nostre pensioni. E così dopo anche gli ultimi no, ecco la decisione non più rinviabile. Una mossa rischiosa e quasi paradossale, che arriva infatti nel momento in cui il settore dell’economia privata è in decisa ripresa. I tre giganti dell’auto Gm, Ford e Chrysler sono fuori dal tunnel: la produzione è ripartita, i contratti girano e anche secondo l’ultimo Beige Book della Fed il mercato delle quattro ruote è destinato a tornare sul bello stabile. Il New York Times raccontava due giorni fa del “miracolo di Jefferson North”, la fabbrica dove la Chrysler/Fiat produce la nuova Jeep Grand Cherokee destinata a portare nelle casse della società quasi due miliardi di dollari: “Un segno di speranza , la prova che la spirale negativa della città può essere interrotta”.

Persino il settore immobiliare segna qualche timido accenno di ripresa con il ritorno di investimenti nella parte più ricca. Ma la desertificazione dei quartieri, soprattutto quelli periferici, è la causa scatenante che ha portato al Chapter 9, la pratica che regola i fallimenti delle municipalità. “Siamo una grande città, ma siamo in declino da oltre sessant’anni”, dice Orr nella sua conferenza stampa più triste. Come rimanere a vivere da soli dentro una palazzo: la manutenzione costa, i servizi costano, tutto costa mai soldi non entrano più, visto che la base fiscale a cui far pagare le tasse si è ridotta. Dai quasi 2 milioni degli anni Cinquanta agli ottocentomila abitanti scarsi di oggi, dal 2000 un balzo all’indietro del 26%: il calo è vertiginoso. Una città dentro la città di quasi ottantamila edifici è disabitata, il 40% delle luci stradali non funziona, vigili del fuoco e polizia sono al limite della loro operatività. Gli agenti rispondono al numero delle emergenza, il 911, quasi con un’ora di ritardo, la media nazionale è di 11 minuti. Al contrario della criminalità che invece funziona benissimo contendendo a Chicago il record di violenza e omicidi. E sale pure la disoccupazione che negli ultimi dieci anni è passata dal 7.6% al 18,6%.

A peggiorare la situazione decenni di amministrazione pubblica a cavallo tra l’incapacità e il malaffare, con un’altalena di operazioni finanziare sbagliate, intervallate da veri e propri episodi di corruzione. Per questo un avvocato che ha seguito altri fallimenti pubblici e che conosce bene il caso di Detroit spiega al New York Times: “Non basterà sanare il debito, serve un cambio strutturale di tutta la gestione a partire dagli stipendi dei lavoratori pubblici, altrimenti da qui a pochi mesi i problemi torneranno uguali ad adesso”. E un altro sul Washington Post usa una metafora eloquente: “Come se fossimo stati investiti da una Katrina, ma lunga dieci anni”.

Quando riceverà il via libera ufficiale, il commissario potrà procedere a vendere gli asset per trovare un po’ di ossigeno. Una decisione, la sua, molto contrastata all’interno della metropoli, con i manager delle aziende private che hanno provato in tutti i modi a fargli cambiare idea. Spaventati dalle conseguenze imprevedibili di questa strada, a partire dal discredito gettato sul brand. Essendo il primo caso così grande, gli esperti infatti si dividono nei commenti sui media americani su quello che potrebbe accadere adesso. E lo stesso Obama segue passo dopo passo la situazione e i suoi collaboratori sono in stretto contatto con il commissario e il governatore. L’impressione è che molte altre città, nella stessa situazione, siano alla finestra per capire dove porta la strada della bancarotta: “Come se avesse ceduto una diga”, dice un’analista alla Cnn. Non resta che vedere se l’onda sarà bella da cavalcare o se travolgerà le speranze di Motor City.
(18 luglio 2013)

lunedì 8 luglio 2013

Alaska, cade aerotaxi: 10 morti

da www.repubblica.it

Un piccolo aeroplano a noleggio è caduto all'aeroporto di Soldotna, nella penisola Kenai in Alaska. Nessun sopravvissuto
L'aereo si è schiantato ed è poi bruciato la mattina di domenica, non si sa ancora se in fase di decollo o di atterraggio. Morti il pilota e i nove passeggeri. Il velivolo un de Havilland DHC3 Otter era impiegato da una società di aerotaxi, la Rediske Air. La zona è meta di turisti e pescatori.

giovedì 20 giugno 2013

Un gesto politico e la necessità di ridurre i costi

da www.ilsole24ore.com


Tre anni dopo aver firmato a Praga il Trattato New Start con Dmitrij Medvedev, Barack Obama rilancia sulla riduzione delle armi nucleari strategiche, quelle a lungo raggio e di maggiore potenza che consentono alle due potenze di annientarsi reciprocamente e più che abbondantemente.
Il New Start ha ridotto il numero di testate che ognuno dei due Paesi può possedere a 1.550. Un affare per tutti in termini finanziari perché sta consentendo di radiare le testate più vecchie e anche i vettori (missili, aerei, sottomarini) ormai obsoleti risparmiando sui costi di gestione, manutenzione e aggiornamento. Soprattutto la Russia, che l'anno scorso era scesa appena sotto la soglia delle 1.500 testate, ha difficoltà a mantenere operativa parte della sua "triade" nucleare poiché degli 11 sottomarini lanciamissili balistici 8 sono molto anziani e poco operativi così come i 66 bombardieri strategici.
La proposta di Obama di ridurre di un ulteriore terzo le testate atomiche operative ha anche valenze finanziarie legate ai tagli al bilancio federale e del Pentagono. Basti pensare che i 500 missili balistici Minuteman 3 monotestata schierati in tre basi in Wymonig, Montana e North Dakota sono in servizio dagli anni '70 e più volte aggiornati per restare in servizio fino al 2020. Ulteriori costosi interventi potrebbero prolungarne la vita operativa fino al 2040 ma un nuovo trattato potrebbe consentire di risparmiare molto denaro consentendo di ribilanciare le forze atomiche con meno missili e testate.
Uno scenario che consentirebbe di chiudere almeno una base dei Minuteman, radiare o convertire ad altri compiti due o tre degli attuali 14 sottomarini tipo Ohio assegnati alla deterrenza strategica e dotati di 336 missili Trident (in riduzione a 288 nel rispetto del New Start) e dismettere buona parte dei 76 bombardieri B-52, velivoli cinquantenni che affiancano i 18 "invisibili" B-2.
Se i vantaggi finanziari sono evidenti, Mosca sembra però preoccuparsi che ulteriori riduzioni degli arsenali atomici compromettano il suo status di "grande potenza". Putin ha chiesto che al trattato si associno anche gli altri Paesi del club atomico sottolineando che alcuni analisti non escludono che un attacco atomico preventivo possa avvenire anche contro una potenza nucleare. Il Cremlino sembra temere che la riduzione dei suoi missili possa rendere più efficace lo scudo antimissile statunitense sbilanciando quindi l'equilibro ma a preoccupare Mosca potrebbe essere anche la concorrenza nucleare delle potenze emergenti quali la Cina e l'India che testa ogni anno missili balistici.
Washington ha invece rassicurato gli alleati della Nato, la cui deterrenza si basa sulle armi statunitensi, che il nuovo accordo non riguarderà le armi nucleari "di teatro" basate in Europa e stimate in circa 200 ordigni.

venerdì 14 giugno 2013

Libero scambio Usa-Ue, un sogno lungo 30 anni rischia di infrangersi

da www.ilsole24ore.com


Libero scambio Usa-Ue, un sogno lungo 30 anni rischia di infrangersi
New York - Il disegno del negoziato è partito con grandi ambizioni: delineare un'area di libero scambio transatlantico, la piu' grande al mondo. Che consolidasse i rapporti di partnership economica e alleanza politica tra Stati Uniti e Unione Europea. E che, in questo momento, potrebbe aiutare particolarmente il Vecchio continente e le sue aziende in difficoltà a trarre vantaggio dalla crescita americana e dai suoi grandi mercati.
Ma le ambizioni minacciano ora di arenarsi su un ostacolo vecchio quanto l'idea stessa del free trade tra Stati Uniti ed Europa, coltivata per la prima volta negli anni Novanta: la volonta' della Francia di proteggere la cultura nazionale e il suo cinema da una temuta invasione di Hollywood. Parigi ha dato un vero e proprio ultimatum: non partecipera' alle trattative, che dovrebbero partire a luglio, se il cinema e i media digitali non verranno esclusi da qualunque accordo. Di piu', una dura opposizione francese condanna automaticamente a un nulla di fatto qualunque negoziato: la Ue ha bisogno del consenso unanime per intese commerciali che riguardino la cultura.
Queste tensioni e preoccupazioni rischiano di far deragliare la nascita di un blocco economico di grande influenza: un'area di free trade transatlantica rappresenterebbe meta' dell'output globale e un terzo dell'interscambio al mondo. Il TTIP, Transatlantic Trade and Investment Partnership, potrebbe accrescere l'output europeo di 119 miliardi di euro l'anno e quello americano di 95 miliardi, ha concluso un'analisi della stessa Ue.
Ma proprio il fatto che le obiezioni non sono nuove potrebbe spingere, sperano gli americani, i paesi europei a lavorare per un compromesso con Parigi che spiani la strada all'intesa transatlantica. I segni di questo sforzo sono affiorati. E il summit del G8 organizzato per la prossima settimana potrebbe dare una spinta significativa al negoziato se l'Europa avra' saputo trovare un punto d'incontro. Si lavora, in particolare, all'ipotesi di concedere maggior voce in capitolo a singoli paesi quando di mezzo c'e' la cultura: gli Stati Uniti nel campo dello spettacolo e dei media vantano gia' un surplus con l'Europa pari in media a 1,5 miliardi di euro l'anno tra il 2004 e il 2011. Le trattative potrebbero essere completate entro la fine dell'anno prossimo qualora decollassero.
Gli albori del progetto di free trade tra Stati Uniti e Europa risalgono ormai a trent'ani or sono e gia' allora fu bloccato dalla resistenza "culturale" francese. Dopo essere rimasto a lungo dormiente, nell'ultimo anno il piano e' tornato in auge: a favorire l'ipotesi di un'integrazione sono anzitutto le mutate condizioni economiche internazionali, che vedono la Cina avanzare mentre l'Europa e' in crisi e la ripresa statunitense resta in affanno. Il presidente Barack Obama ha fatto proprio il progetto nel suo piu' recente Discorso sullo Stato dell'Unione. Un'intesa transatlantica andrebbe ben oltre cali delle tariffe, gia' basse, puntando ad armonizzare la regolamentazione, dalle cinture di sicurezza alle confezioni di farmaci. Insistere sull'esclusione di un settore quale i media, pero', potrebbe spingere l'America a chiedere a sua volta di esentare comparti protetti quali le spedizioni marittime, allontanando ancora una volta il sogno commerciale transatlantico.

sabato 8 giugno 2013

Usa-Cina:via a storico incontro Obama-Xi

da www.ansa.it

'Ora nuova cooperazione', affrontato tema cyber-sicurezza

08 giugno, 05:21

Usa-Cina:via a storico incontro Obama-Xi (ANSA) - WASHINGTON, 8 GIU - Ha preso il via in un resort californiano il summit informale tra il presidente Usa Barack Obama ed il suo omologo cinese, Xi Jinping. I due hanno discusso di una ''nuova cooperazione'', mentre Obama ha ribadito l'importanza del tema dei diritti umani. Il presidente Usa ha affrontato anche la spinosa questione degli atti di pirateria informatica: ''Con la Cina intendiamo lavorare assieme sui problemi legati alla cyber sicurezza''.

venerdì 7 giugno 2013

La paura del Grande fratello corre sul web. Spiati telefoni e dati: il caso Prism scuote l'America

da www.ilsole24ore.com


Il monitoraggio della Nsa su internet - È un avvocato e blogger la Gola profonda dello scoop PrismLa paura del Grande fratello corre sul web. Spiati telefoni e dati: il caso Prism scuote l'America - È un avvocato e blogger la Gola profonda - Come funziona PrismIl monitoraggio della Nsa su internetIl monitoraggio della Nsa su internetIl monitoraggio della Nsa su internetIl monitoraggio della Nsa su internet
Un documento top secret ottenuto dal Washington Post rivela l'esistenza del programma Prism per raccogliere i dati delle comunicazioni degli utenti attraverso internet: include persone che non hanno la cittadinanza Usa e sono fuori dai confini degli Stati Uniti. A coordinarlo è la National Security Agency (Nsa) che tutela la sicurezza nazionale.
I dati provengono, secondo quanto scrive il quotidiano di Washington, da aziende hi-tech degli Usa e da alcune loro piattaforme: "Microsoft, Yahoo, Google, Facebook, PalTalk, Aol, Skype, YouTube, Apple". È una notizia che ha sollevato una reazione a catena sul web.
Resta ancora aperto un quesito centrale che non ha avuto risposta nel momento in cui viene scritto questo articolo. Il Washington Post sostiene che attraverso Prism la Nsa abbia accesso diretto agli archivi dove sono custoditi i dati degli utenti. In questo caso sarebbe la prima volta che viene dimostrata l'esistenza di un canale autonomo e indipendente per ottenere informazioni raccolte su internet attraverso piattaforme online.
Ma tutte le aziende citate hanno negato di aver preso parte al programma della Nsa.
Al Washington Post Apple ha dichiarato di non permettere l'accesso diretto ai server e di richiedere un'ordine da parte della magistratura per consentire la consultazione dei dati degli utenti. Facebook afferma di valutare ogni domanda da parte delle autorità e di non aver abilitato una porta privilegiata verso i suoi server.
Anche Google contesta. Ha ricordato che esamina ogni richiesta di dati degli utenti durante le investigazioni e pubblica un Transparency Report periodico. Getta acqua sul fuoco: "Di tanto in tanto qualcuno avanza la supposizione che abbiamo creato una 'back door', ossia un accesso privilegiato per consentire al governo l'accesso ai nostri sistemi, ma Google non ha una ‘back door' attraverso cui il governo possa accedere ai dati privati degli utenti", fa sapere Google in una nota. Microsoft ha rilasciato una comunicazione nel suo News Center dove dichiara che considera soltanto domande specifiche inviate dalle autorità e di non partecipare a progetti governativi di sorveglianza.
Il documento pubblicato dal Washington Post indica alcune categorie di contenuti che vengono analizzate per proteggere la sicurezza nazionale, come i messaggi di posta elettronica, le chat, i video, le fotografie. Inoltre un'immagine mostra che una parte consistente del traffico di internet passa attraverso gli Stati Uniti: semplificando, i percorsi dei dati vengono stabiliti secondo metriche che ricostruiscono itinerari per ridurre, ad esempio, i costi dovuti a ritardi e alle congestioni. I pacchetti di informazioni, quindi, non è detto che seguano la strada più breve tra due luoghi così come appare sulla cartina geografica.
Ma Prism, almeno in teoria, potrebbe aver monitorato anche dati di cittadini degli Stati Uniti sul suolo degli Usa: se fosse dimostrato sarebbe un terreno che aprirebbe un confronto durissimo a Washington. Di recente un articolo del quotidiano britannico Guardian aveva rivelato che era stato richiesto all'operatore di telefonia fissa e mobile Verizon di fornire alla Nsa informazioni associate alle comunicazioni anche di cittadini degli Stati Uniti sul territorio Usa: sono "telephony metadata" (come ad esempio i numeri telefonici degli utenti). La loro raccolta da parte della Nsa è legale.
In una nota ufficiale l'Office of the Director of National Intelligence osserva che gli articoli del Guardian e del Washington Post contengono imprecisioni. Ricorda inoltre che la Nsa non è autorizzata a monitorare le comunicazioni di cittadini degli Stati Uniti o di persone negli Usa.

mercoledì 5 giugno 2013

Obama dichiara guerra ai mostri dei brevetti. Ecco chi sono i patent troll

da www.ilsole24ore.com


Patent Troll (Ap)Patent Troll (Ap)
Barack Obama ha dichiarato guerra ai "patent troll", i mostri dei brevetti. Vale a dire a quelle societa' fantasma che sono specializzate nel fare man bassa, appunto, di patents senza pero' avere alcun progetto o intenzione di utilizzarli. Il loro modello di business, infatti, ruota attorno ai ricorsi legali e alla richieste di pagamenti nei confronti di chi, a loro avviso, violerebbe le proprieta' intellettuali, tradizionalmente nel software e nell'elettronica.

L'amministrazione Obama ha deciso di prendere di petto il fenomeno, denunciando che minaccia di moltiplicare i costi per l'economia e di frenare l'innovazione. Il presidente ha ordinato alle agenzie federali, con l'effetto immediato riservato ai provvedimenti esecutivi, di schierarsi a difesa "degli innovatori dai ricorsi legali frivoli".
Anzitutto ha incaricato il Patent and Trademark Office, responsabile dei brevetti, di richiedere informazioni piu' dettagliate su quali aspetti siano coperti dalle patent e in quale modo avvenga una presunta violazione. Maggiori controlli e verifiche verranno inoltre effettuati sui brevetti giudicati troppo ampi, mentre particolare protezione verra' assicurata a consumatori e piccole aziende che utilizzano tecnologie gia' pronte.
Se molte aziende hi-tech hanno accolto con favore l'offensiva dell'amministrazione, non sono mancate le resistenze di chi teme che il governo possa eccedere. L'associazione di settore Software Alliance ha definito "problematiche" le proposte che prevedono esami piu' attenti e prolungati dei brevetti sui programmi. Il timore citato e' che possano a loro volta rallentare l'innovazione.

Non c'e' dubbio, pero', che il fenomeno dei patent troll stia dilagando nel Paese facendo invocare interventi da piu' parti. Nell'ultimo anno queste societa' sono state responsabili di oltre la meta' dei quattromila ricorsi legali per presunte violazioni di brevetti. Nel 2011 avevano lanciato il 45% dei ricorsi e in precedenza avevano fatto scattare meno del 30% delle battaglie legali.

sabato 1 giugno 2013

Economia Usa, fiducia consumatori ai massimi da sei anni

da www.ilsole24ore.com


NEW YORK – La prospettive dell'economia americana danno nuovi segni di miglioramento. La fiducia dei consumatori è salita ai massimi da quasi sei anni in maggio: l'indice eleborato da Thomson Reuters/University of Michigan è balzato a 84,5 da 76,4 il mese precedente, il livello più robusto dal luglio del 2007, prima della grande crisi economica e finanziaria.
L'ottimismo, stando al sondaggio sul quale è basato l'indicatore, si è diffuso anche nelle fasce di reddito meno alte e quindi con minori investimenti in Borsa, diventata fonte di entusiasmi con i recenti rally verso nuovi record. I sottoindici della fiducia sono a loro volta stati positivi: la componente che misura le condizioni economiche attuali è lievitata a 98 da 89,9, a sua volta il massimo dall'agosto del 2007. E le aspettative per i prossimi mesi sono salite a 75,8 da 67,8.

"Il rapporto suggerisce un passo in accelerazione nella spesa al consumo", ha detto Richard Curtin, direttore del sondaggio. Già il Conference Board aveva questa settimana riportato separatemente un incremento nella fiducia delle famiglie americane nell'ultimo mese.

Questi dati hanno trovato maggior eco rispetto a statistiche meno brillanti ma meno aggiornate, riferite al mese di aprile, che hanno osservato una stagnazione del reddito e un calo della spesa al consumo. Il Dipartimento del Commercio ha riportato un declino a sorpresa dello 0,2% nella spesa, il peggiore in un anno. Un indicatore dell'attività aziendale, l'MNI Chicago Report ha inoltre contribuito a sostenere l'ottimismo, salendo in maggio a 58,7, segno di espasione e il livello più alto dal marzo 2012, da quota 49 il mese precedente.

Il dibattito sulla salute e la forza della ripresa americana è tuttavia in pieno svolgimento, tra gli analisti e gli investitori. Un dibattito alimentato in particolare dal recente calo delle obbligazioni ha sollevato interrogativi. Riflette la speranza sempre più concreta di una stabilità economica, oppure perplessità sul futuro delle ripresa e delle politica monetaria della Federal Reserve? I treasuries decennali, di sicuro, hanno rendimenti attorno al 2,1%, saliti di mezzo punto dai primi di maggio seppur ancora storicamente bassi. Di conseguenza i tassi sui mutui trentennali sono saliti leggermente oltre il 4% dal 3,5 per cento.
Il nervosismo degli investitori è palpabile: nell'ultima settimana da mercoledì 880 milioni di dollari sono stati riscattati da fondi comuni dedicati ai bond ad alto rischio, nel timore che il declino obbligazionario sia destinato a proseguire. Quel che è meno certo è il suo significato. Per i pessimisti riflette un tuttora scarso entusiasmo per l'andamento dell'economia, cresciuta di un modesto 2,4% nel primo trimestre, e sull'abilità della Fed di gestire le prossime correzioni di rotta in fatto di politiche di stimolo.
Gli ottimisti, al contrario, lo ritengono un segno di normalità, dopo che i tassi sono stati a lungo a livelli molto bassi. A loro favore citano la Borsa: gli indici azionari sono in rialzo, con l'S&P 500 impennatosi del 3,6% da inizio maggio, fatto che da' credito alla ripresa. Gli indici azionari sono saliti ancora dopo gli ultimi dati.

martedì 21 maggio 2013

Obama vedrà il nuovo leader cinese Xi in California il mese prossimo

da www.ilsole24ore.com


NEW YORK - Il summit avrà luogo in California, nella tenuta di Sunnylands che fu di Walter e Leonore Annenberg. Un simbolo della diplomazia e del business: Walter fu uomo d'affari e poi ambasciatore nell'amministrazione di Richard Nixon. E oggi l'agenda tra Stati Uniti e Cina scotta, tanto sul fronte diplomatico che economico: dalla minaccia della Corea del Nord e dei suoi programmi nucleare, dove occorrerebbe una più efficace strategia comune. Fino e soprattutto allo spionaggio cibernetico di Pechino nei confronti degli Stati Uniti.
Il presidente Barack Obama e il leader cinese Xi Jinping, in carica da marzo, si vedranno il 7 e 8 giugno per la prima volta nel tentativo di avviare un nuovo capitolo di dialogo che superi le frizioni. L'annuncio della Casa Bianca non lascia dubbi sulla posta in gioco: i due presidenti "avranno discussioni approfondite su una vasta gamma di problemi bilaterali, regionali e globali", recita il comunicato. Ancora: "Esamineranno progressi e sfide nei rapporti tra Stati Uniti e Cina durante gli ultimi quattro anni e discuteranno modalita' per rafforzare la cooperazione" e allo stesso tempo per "gestire le differenze in maniera costruttiva negli anni a venire".
Ma se nel caso di Pyongyang, tradizionale alleato cinese, i due Paesi hanno compiuto passi avanti su nuove sanzioni, il cyber-spionaggio potrebbe rivelarsi un terreno particolarmente delicato. Il governo americano, attraverso il Dipartimento di Stato, ha accusato apertamente le autorita' cinesi nell'ultimo nno di sponsorizzare atti di pirateria informatica diretti contro grandi aziende americane. E non solo: nel mirino, oltre a giornali e a forse un quarto della Corporate America, sono finite anche autorita' federali, a cominciare dalla stessa Federal Reserve.
Obama non aveva mancato di sollevare il tema durante la telefonata di congratulazioni a Xi per la sua elezione due mesi or sono. Ma ieri, dopo una pausa di circa tre mesi, sono venuti alla luce nuovi attacchi attribuiti - secondo il New York Times che ha interpellato la societa' di sicurezza Mandiant - all'Esercito popolare di liberazione cinese e più precisamente alla sua Unit 6398, già additata in passato come responsabile. Questi attacchi evidenziano tuttora la vulnerabilita' dell'infrastruttura e dell'economia statunitense agli hacker cinesi, anche se al momento le vittime della nuova offensiva di spionaggio industriale e politico non sono state svelate. Pechino, tuttavia, ha sempre negato ogni addebito, affermando che sono gli Stati Uniti i veri aggressori. E Washington, al di là di una escalation delle proteste, non sembra ancora aver messo a fuoco altre strategie di risposta o deterrenza.

mercoledì 15 maggio 2013

Petrolio, così gli Stati Uniti preparano il sorpasso sui paesi Opec

da www.ilsole24ore.com


Waynesburg, Usa (Afp)Waynesburg, Usa (Afp)
L'Agenzia internazionale per l'energia (Iea) ha pronosticato che il Nordamerica, Stati Uniti in testa, farà la parte del leone nella crescita della produzione di petrolio entro i prossimi cinque anni, battendo i paesi dell'Opec. Un dominio frutto delle nuove tecnologie, come il fracking, la fratturazione idraulica, che permettono di sfruttare giacimenti finora inaccessibili, nonché della maggior efficienza del settore estrattivo e dello stimolo offerto da sempre alti prezzi dell'energia.
La previsione rappresenta una svolta rispetto alle precedenti analisi, quando l'organizzazione aveva invece ipotizzato nel medio termine una crescita egualmente suddivisa tra i tradizionali re dell'oro nero, i paesi Opec, e le nazioni non Opec. Anche se l'anno scorso la Iea aveva già presagito rivoluzioni nelle graduatorie globali affermando che gli Usa sarebbero diventati il maggior produttore di greggio entro il 2020 a scapito dell'Arabia Saudita.
La Iea, più in dettaglio, nel suo ultimo studio quinquennale ha indicato che la produzione statunitense sta aumentando a ritmi nettamente superiori alle attese. In media dovrebbe crescere di 3,9 milioni di barili al giorno tra quest'anno e il 2018, pari a oltre la metà dell'incremento registrato dall'insieme dei paesi non Opec.
La domanda americana e internazionale di greggio "firmato" Opec, al tempo stesso, dovrebbe diminuire. Quest'anno dovrebbe rimanere al di sotto dei 30 milioni di barili al giorno, il tetto stabilito dall'organizzazione, e le le pressioni appaiono destinate a proseguire fino al 2018.
La produzione Opec crescerà in media di 1,75 milioni di barili al giorno da qui al 2018, fino a 36,75 milioni di barili alla fine del periodo. In precedenza la Iea aveva invece indicato che la produzione Opec sarebbe salita in media di 3,34 milioni di barili al giorno tra il 2011 e il 2017. L'organizzazione ha inoltre aggiunto che molti aspetti della produzione e fornitura di petrolio cambieranno nei prossimi anni.

giovedì 9 maggio 2013

Letta-Kerry: più libero scambio tra Usa e Ue

da blog.quotidiano.net

9 maggio 2013
John Kerry, sottosegretario di Stato degli Stati Uniti, ed Enrico Letta, presidente del Consiglio italiano, si sono incontrati a Roma. Le agenzie riportano, tra le altre cose, un auspicio sottoscritto da entrambe: Ue e Usa debbono procedere rapidamente sulla strada del Trade transatlantic investment partnership, l’area di libero scambio tra Europa Stati uniti.

E’ un tema importante, già affrontato molte volte in questo blog. Riflessioni che ripropongo
Un mercato transatlantico integrato, tra Unione europea e Stati Uniti d’America, costruito eliminando, secondo un calendario vincolante, tutte le tariffe sulle merci scambiate attraverso l’Atlantico e liberalizzando servizi, investimenti e mercati di approvvigionamento. E’ il primo punto di una serie di suggerimenti contenuti in un rapporto elaborato da cinque grandi pensatoi europei che ha il merito di lanciare la sfida per rinnovare il capitalismo transatlantico in un’epoca nella quale vecchio e nuovo continente sembrano interessati soprattutto a inseguire l’Oriente che galoppa con crescite a due cifre. Paesi che - lo si dimentica spesso — hanno costruito le loro fortune replicando, con le dovute proporzioni, un pezzo del modello inventato da Europa e Stati Uniti: libero mercato e, molto meno, democrazia liberale.
Valori comuni che sono la base della storica alleanza tra vecchio e nuovo Continente e che, proprio di fronte alla crisi, potrebbero essere le fondamenta su cui ricostruire la ripresa. A patto di realizzare una buona manutenzione.
Alcuni numeri per capire l’importanza della posta in gioco: Europa e Stati Uniti — sostiene lo studio redatto da Pawel Swieboda e Bruce Stokes e curato da demosEUROPA, Centre for European Strategy (Warsaw), the German Marshall Fund of the United States (Washington DC), Notre Europe (Paris), Stiftung Wissenschaft und Politik (Berlin) and European Policy Centre (Brussels) — rimangono reciprocamente i partner più importanti per il commercio e gli investimenti: ogni anno attraversano l’Atlantico merci per oltre 600 miliardi di dollari, gli investimenti diretti americani in Europa sono 1,9 trillioni di dollari e queli europei negli States sono oltre 1,7. Tre milioni di europei lavorano per società americane in Europa e tre milioni di americani lavorano per imprese europee negli Stati Uniti. Il rapporto — che potete scaricare dal sito di Notre Europe — è molto complesso. Mi limito a riportare alcune considerazioni relative a uno dei suggerimenti proposti a riguardo della costruzione un’area di libero scambio transatlantico: uno studio del 2010 dell’European Center for International Political Economy di Bruxelles stimava che l’eliminazione reciproca dei vincoli tariffari avrebbe fatto crescere l’export americano in Europa del 17% e l’export europeo in America del 17%. Gli effetti sul Pil — aggiungendo i guadagni della liberalizzazione dei servizi — sarebbe dello 0,47% nell’Ue e dell’1,33% negli Usa.

mercoledì 10 aprile 2013

Paradisi fiscali, cade anche il Lussemburgo. La guerra globale di Obama punta alla Svizzera. E con offshoreleaks parte l'attacco ai tropici

da www.huffingtonpost.it

L'Huffington Post  |  Di Pubblicato:   |  Aggiornato: 10/04/2013 16:30 CEST

Cipro è presa. Il Lussemburgo ha ceduto. Ora basterà piegare la resistenza di Vienna e poi le truppe potranno marciare su Berna senza incontrare più ostacoli. Conquistata l’Europa, si potranno aprire gli altri fronti, quello centro americano e quello asiatico. La Santa Alleanza contro l’evasione fiscale e i paradisi sta macinando vittorie su vittorie.
Ieri due dei generali delle potenze che guidano le forze in campo, il segretario del Tesoro americano, Jacob Lew, e il ministro delle finanze tedesco, Wolfgang Schauble, si sono visti a Berlino per concordare le prossime mosse. La prima è stata la firma di una lettera congiunta tra Germania, Italia, Spagna, Francia e Gran Bretagna, con la quale i cinque Paesi hanno chiesto al Commissario europeo agli affari fiscali, Algirdas Semeta, che l’Europa adotti un meccanismo simile al Foreign account tax compliance act americano, un sistema per cui le informazioni relative ai conti correnti all'estero vengono trasmesse automaticamente alle amministrazioni finanziarie dei paesi in cui il correntista è residente.
CONTINUA A LEGGERE DOPO LA LETTERA A SEMETA DEI 5 PAESI UE
L’ultimatum ha avuto effetti. Il Lussemburgo ha capitolato. Il premier Jean Claude Junker ha assicurato che il Gran Ducato dal 2015 comunicherà automaticamente al Fisco delle altre nazioni, i dati degli interessi pagati ai correntisti di altri Paesi. “Il settore finanziario non dipende interamente dal segreto bancario”, ha detto Junker per tranquillizzare probabilmente più sé stesso che i partner europei.
Junker ha ceduto perché ha una pistola puntata contro la testa. Il Lussemburgo ha un sistema bancario che pesa 20 volte il suo prodotto interno lordo. Quello di Cipro pesava “solo” 7,8 volte. Se salta una banca il Gran Ducato non avrebbe i soldi per il salvataggio. Nicosia, con il prelievo del 40% sui conti correnti superiori a 100 mila euro è più di uno spettro. È una prospettiva concreta.
Soprattutto dopo che, proprio in queste ore, la Commissione Europea sta preparando la nuova bozza per la risoluzione delle crisi bancarie, nella quale è scritto che in caso di salvataggio gli unici depositi che possono essere salvati sono quelli delle persone fisiche e delle pmi sempre, ovviamente, purché inferiori a 100 mila euro. Neanche i depositi interbancari, ossia i prestiti tra istituti di credito, si salverebbero più.
Cipro, del resto, nel “contratto” firmato per ottenere i 10 miliardi dall’Europa necessari al suo salvataggio, tra le clausole fondamentali che ha dovuto accettare c’è proprio la fine del segreto bancario. Chi credeva che Vladimir Putin alzasse di più la voce per difendere i capitali russi riparati a Nicosia, è rimasto del resto deluso.
Mosca ha lo stesso problema di Washington, di Berlino e di Roma. Frenare la fuga di capitali verso centri off shore. Dalla Russia ne non partiti per 75 miliardi. Putin ha provato a introdurre nuove regole per fermare l’emorragia, ma non è riuscito a superare le resistenze degli oligarchi. Così su Cipro si è limitato ad una difesa d’ufficio, senza schierare l’artiglieria.
Junker, che oltre ad essere premier del Lussemburgo è stato per anni presidente dell’Eurogruppo, ha capito il messaggio. E ha capitolato. Prima di puntare su Berna, come detto, manca un’ultima capitale da espugnare: Vienna. L’Austria è il solo Paese che si oppone a dare un mandato all’Unione Europea per trattare con la Svizzera e gli altri Stati terzi (Liechtenstein, San Marino) un accordo per lo scambio di informazioni. Ma le resistenze stanno cedendo. «Siamo pronti – ha dichiarato in una intervista il cancelliere socialdemocratico Werner Faymann – a negoziare un miglioramento dello scambio di dati bancari. L’Austria parteciperà attivamente alla repressione dell’evasione fiscale in Europa».
Berna, insomma, è a portata di mano. Barack Obama, del resto, ha già fiaccato le difese svizzere al segreto bancario elvetico. La battaglia campale l’ha vinta grazie a Bradley Birkenfeld. Fino a poco tempo fa era un anonimo manager di Ubs, l’Unione delle Banche Svizzere. Poi, improvvisamente, ha deciso di spiegare al Fisco statunitense come la banca aiutava a nascondere in Svizzera i soldi dei contribuenti americani.
Una delazione premiata da Obama con un assegno a Birkenfeld di 104 milioni di dollari e che ha costretto Ubs a pagare 780 milioni di dollari al Fisco Usa e a fornire l’elenco di 4 mila titolari di conti segreti. Ma soprattutto ha convinto Berna a siglare un accordo per lo scambio di informazioni con Washington. Proprio quello che la Svizzera sta cercando di evitare con l’Europa proponendo patti bilaterali che prevedono il pagamento di consistenti somme di denaro per poter mantenere il segreto. Roma ha rifiutato. La Germania aveva inizialmente accettato, poi ha fatto marcia indietro.
L’impressione è che i Paradisi europei ormai siano ad un passo dal cadere. Persino il Vaticano, centro offshore addirittura all’interno di una delle capitali europee, potrebbe presto cedere. Dopo gli scandali dello Ior, sotto costante attacco della Banca d’Italia, è un anno e mezzo che il vaticano tratta con Moneyval, il Comitato antiriciclaggio del Consiglio d’Europa, per rimettere in riga le proprie attività nella finanza. Un nuovo progress report è atteso per dicembre.
Intanto l’attenzione si è spostata verso le mete tropicali. Con lo stesso schema usato da Obama nel Vecchio Continente. Prima abbattere la reputazione di inviolabilità del segreto dei conti mantenuti in quei paradisi. Poi costringerli ad accettare lo scambio di informazioni. Il primo attacco è già iniziato. Oltre 260 Gigabite di dati riservati di alcune finanziarie delle British Virgin Island e delle Isole Cook, sono stati recapitati anonimamente a Gerard Ryle, del consorzio internazionale dei giornalisti d’inchiesta. L’offshoreleaks è appena iniziato. La partita in gioco sono 32 mila miliardi di dollari celati in paradiso. Come direbbe Margaret Thatcher, I want my money back. È il refrain di ogni governo. A partire da Obama, che vuole recuperare almeno 100 miliardi alle sue casse.

lunedì 18 marzo 2013

Il Maryland abolisce la pena di morte

da www.avvenire.it

Anche lo stato americano del Maryland abolisce la pena di morte. La Camera dei rappresentati dello stato ha approvato una legge che la mette al bando, e la sostituisce con l'ergastolo senza possibilità di libertà condizionata, diventando così il 18 stato dei 50 dell'Unione a decidere di mandare in pensione il boia.

La legge, già passata al Senato la settimana scorsa, è stata approvata con 82 voti a favore e 56 contrari. Per renderla operativa, manca ora solo la firma formale del governatore Martin O'Malley, che da anni si batte contro la pena capitale ed è stato uno degli autori del testo approvato oggi, dopo che già nel 2009 aveva fatto un primo tentativo del genere.  L'ultima esecuzione di una condanna a morte in Maryland risale al 2005.

Attualmente sono cinque i detenuti nel braccio della morte nelle carceri dello stato. La nuova legge non ha carattere retroattivo, ma sono in molti a ritenere che con ogni probabilità il governatore O'Malley, che ne ha il potere, ora convertirà la loro condanna in ergastolo.


Da tempo ormai in tutti gli Stati Uniti il sostegno alla pena capitale sembra calare sensibilmente. Il numero delle condanne eseguite nel 2011 e 2012 ha raggiunto il record più basso, in calo del 75 per cento rispetto al 1996, secondo i dati del Centro di informazione sulla condanna a morte.

Un fenomeno dovuto anche al fatto che tecniche di investigazione sempre più moderne hanno svelato errori giudiziari e salvato innocenti già condannati e in attesa dell'esecuzione. Ma anche al fatto che molti ne mettono in dubbi il potere deterrente, la giudicano molto costosa, e in molti casi anche venata di motivi razziali.
Secondo uno studio diffuso in questi giorni dal criminologo Ray Paternoster, dell'università del Maryland, gli
afroamericani hanno il doppio delle probabilità rispetto ai bianchi di essere condannati a morte.
«Anno dopo anno - sottolinea invece da tempo il governatore O'Malley - gli stati in cui c'è la pena di morte hanno avuto un numero di omicidi maggiore degli stato dove invece la pena capitale non c'è».


Con il Maryland sono sei gli stati che negli ultimi sei anni hanno detto basta: il Connecticut, l'Illinois, New Mexico, New York e New Jersey.

venerdì 1 marzo 2013

Usa,niente accordo per evitare i tagli Obama: “Così perdiamo 750mila posti”

da www.lastampa.it

Il presidente Usa Barack Obama durante la conferenza stampa alla Casa Bianca
Fallita la trattativa alla Casa Bianca
La stretta colpirà i servizi pubblici
e in particolare programmi sociali,
educazione, ricerca e salari statali
new york
Nessun accordo negli Stati Uniti per evitare il “sequester” e i tagli automatici alla spesa per 85 miliardi di dollari potrebbero scattare oggi. Le trattative a Washington sono fallite.

Oggi il presidente degli Stati Uniti, Barack Obama, ha incontrato i leader del Congresso per tentare di trovare all’ultimo un compromesso che scongiuri un nuovo colpo all’economia americana. Alle 17.35 ora italiana Obama si è presentato per rilasciare una dichiarazione dai toni durissimi: i tagli automatici alla spesa avranno un «effetto domino» sull’economia e porteranno alla perdita di 750.000 posti di lavoro.

«Serve un compromesso, Il deficit e il debito vanno risanati con un approccio bilanciato», ha affermato il presidente Usa. Poi l’appello: «I tagli automatici alla spesa non sono necessari», serve «responsabilità». Di parere opposto lo speaker della Camera, John Boehner che, al termine dell’incontro alla Casa Bianca, ha ribadito la linea dei repubblicani: «Il problema non sono le maggiori entrate ma la spesa».

I tagli colpiranno tutti i pubblici servizi e in particolare i programmi sociali, la spesa per l’educazione, i fondi per la ricerca e i salari. Il Fondo Monetario Internazionale ha già messo in guardia gli Usa: se non non eviteranno il “sequester” l’istituto di Washington è pronto a rivedere al ribasso le stime sulla crescita statunitense e globale. In particolare la revisione del Pil americano sarebbe di almeno 0,5% rispetto all’attuale +2% per l’anno corrente. Se non sarà raggiunto un compromesso i tagli scatteranno alla mezzanotte di oggi (23,59 orario di Washington, le sei di sabato mattina in Italia). La Casa Bianca ha fatto sapere che spariranno 70.000 posti negli asili nido, 14.000 insegnanti perderanno il posto e sarà tolta l’assistenza a 600.000 donne e famiglie povere.  

lunedì 4 febbraio 2013

Obama studia il wi-fi “coast to coast” “Decisivo per istruzione e sviluppo”

da www.lastampa.it

La proposta sul wi-fi è confezionata dalla “Federal Communications Commission” e mira a trasformare l’accesso ad Internet in un diritto garantito dallo Stato. 
Braccio di ferro con i colossi del web
in pressing difendere un mercato
da 178 miliardi di dollari all’anno
maurizio molinari corrispondente da new york
Il governo degli Stati Uniti intende creare una rete wi-fi sull’intero territorio nazionale, al fine di consentire ad ogni cittadino o residente di avere accesso gratuito al web. La proposta è confezionata dalla “Federal Communications Commission” e mira a trasformare l’accesso ad Internet in un diritto garantito dallo Stato.

Sarà ora il Congresso di Washington a doversi esprimere in materia e i giganti del web, da Google a Microsoft, sono già impegnati in una massiccia opera di pressione per scongiurare il via libera, difendendo un mercato valutato in circa 178 miliardi di dollari annui. Dietro il passo dell’amministrazione c’è la convinzione personale di Barack Obama che estendendo l’accesso a Internet veloce ad ogni angolo della nazione, dalle metropoli all’entroterra, dal Grand Canyon alle montagne dell’Alaska, dalla costa dell’Atlantico alle spiagge della California, si moltiplicheranno rapidamente le opportunità di istruzione, occupazione e sviluppo soprattutto per la classe media che vive nelle località più isolate. 

lunedì 14 gennaio 2013

Gli Stati Uniti non conieranno la moneta di platino da mille miliardi. Si tratta a oltranza per evitare il default

da www.ilsole24ore.com
Addio «platinum option» per risolvere la crisi del debito negli Stati Uniti. Il Tesoro americano ha infatti messo una pietra tombale sulla possibilità di coniare una moneta di platino da mille miliardi di dollari. Un escamotage, pensato con lo scopo di evitare il default se Casa Bianca e Congresso entro fine febbraio non dovessero raggiungere l'accordo sull'innalzamento del tetto del debito pubblico. Tetto che ha già raggiunto il limite legale dei 16.400 miliardi di dollari.
Tra i promotori dell'idea anche il Nobel Paul Krugman
La proposta - avanzata da un parlamentare democratico e avallata da molti cittadini e osservatori, tra cui il premio Nobel per l'economia Paul Krugman - può sembrare bizzarra: ma è la stessa legge americana che prevede, in caso di emergenza, la facoltà del Tesoro di ordinare il conio di monete commemorative di platino. Monete da depositare nelle casse della Federal Reserve e che, una volta alzato il tetto del debito, verrebbero distrutte. Una misura quindi che darebbe un po' più di respiro in vista dei difficili negoziati tra democratici e repubblicani.
No a scorciatoie: il congresso faccia il suo dovere
«Né il Dipartimento al Tesoro né la Federal Reserve credono che la legge possa o debba essere utilizzata per facilitare la produzione di monete di platino che evitino un aumento del tetto del debito», ha tagliato corto il portavoce del Tesoro, Anthony Coley. Ancor più esplicita la Casa Bianca: «Ci sono solo due opzioni per affrontare la questione dell'innalzamento del tetto del debito: o il Congresso fa una nuova legge o, se fallisce, condanna la nazione al default. Il Congresso deve fare il suo dovere», si legge in una nota del portavoce Jay Carney.
Obama: sul tetto del debito non faccio negoziati
«Sul tetto del debito non intendo negoziare», aveva detto giorni fa il presidente americano, Barack Obama, rifiutando di legare tale questione ai negoziati con i repubblicani sui tagli alla spesa. Ma la Casa Bianca ha anche smentito le voci sul fatto che il presidente possa decidere di agire da solo, magari per decreto, appellandosi al Quattordicesimo emendamento della Costituzione: quello secondo cui la validità e la scadenza del debito non possono essere messe in discussione.

venerdì 11 gennaio 2013

Chi è Jacob Lew, il nuovo segretario del Tesoro scelto da Obama

da www.ilsole24ore.com

di Cronologia articolo10 gennaio 2013Commenti (2)
Jacob Lew (Reuters)Jacob Lew (Reuters)
NEW YORK. Ha le carte in regole per l'agenda economica della seconda amministrazione di Barack Obama: Jacob Lew, Jack per gli insider di Washington, è un esperto di bilancio e uno stretto collaboratore del presidente. Il 57enne prossimo Segretario al Tesoro, che sarà nominato formalmente oggi pomeriggio all'1:30 ora locale, ha una lunga esperienza sulle questioni fiscali, la sfida del giorno, maturata in anni di lavoro politico nella capitale, finora condotto nell'ombra ma ai massimi livelli nella capitale. Tanta quanta Tim Geithner, il suo predecessore che lascerà l'incarico entro fine mese, ne aveva sulle crisi finanziarie, l'emergenza dei passati quattro anni, frutto di una carriera alla guida della Federal Reserve di New York.
La staffetta al Tesoro appare quindi al passo con i tempi, oltre a riflettere la necessità di un ricambio nell'amministrazione. Lew si è fatto le ossa come assistente del leggendario e potente presidente democratico della Camera Tiop O'Neill negli anni Ottanta, collaborando attivamente a uno storico accordo fiscale con il presidente repubblicano Ronald Reagan, quello che risanò almeno temporaneamente il sistema pensionistico federale del Social Security. Un precedente che potrebbe ben servirgli nel negoziare in futuro difficili riforme su previdenza e sanità, grandi motori del debito federale.
Negli anni Novanta Lew entra al governo sotto l'amministrazioe di Bill Clinton, prima come consigliere poi alla guida dell'Ufficio di bilancio della Casa Bianca. La successiva parentesi delle due amministrazioni repubblicane di George W. Bush lo spinge però verso il settore privato, dove ricopre dal 2006 al 2009 incarichi di managing director a Citigroup a New York, sua città natale. Qui sale ai vertici anche ai vertici di una divisione di trading proprietario, quella di Investimenti alternativi, impegnata in scommesse sulla crisi immobiliare e che soffrì pesanti perdite. Lew riceve compensi di quasi un milione di dollari nel 2008. Questa parentesi potrebbe rivelarsi, ancora oggi, una delle più controverse della sua carriera.
Ma con Obama alla Casa Bianca riceve una nuova chiamata da Washington e lui risponde: si occupa inizialmente di affari economici internazionali al Dipartimento di Stato, altra esperienza che gli sarà utile oggi viste le continue tensioni sul fronte della crescita internazionale, per arrivare in seguito nuovamente al commando dell'Ufficio di Bilancio della Casa Bianca e, dal gennaio 2012, essere promosso capo di staff. Una posizione che gli assicura l'ingresso nell'inner circle, la cerchia più ristretta e fidata dei consiglieri del presidente. Cioè un altro criterio, la lealtà e la fiducia, che appare essenziale nella squadra che Obama sta costruendo per il suo nuovo mandato.
Dalla Casa Bianca coordina dietro le quinte la strategia dell'amministrazione sulle crisi del debito avvenute finora: il dramma dell'estate del 2011, quando il tardivo accordo con il Congresso per innalzare il tetto dell'indebitameto federale evitò rischi di default anche se costò ugualmente agli Stati Uniti il rating di Tripla A da parte di Standard & Poor's. E di recente il compromesso per evitare il Fiscal cliff, che però ha solo rinviato le scadenze più importanti a febbraio, sia sul tetto del debito, fermo a circa a 16.400 miliardi di dollari, che su tagli automatici di spesa per circa cento miliardi. Queste saranno le sue prime sfide. In marzo un'altra mina da evitare: la necessità di rinnovare il budget federale per il funzionamento dell'amministrazione, che altrimenti rischia una paralisi degli uffici federali.
La Casa Bianca, viste le ravvicinate scadenze, si aspetta una conferma sicura e rapida per Lew, che è conosciuto e stimato sia dai democratici che da molti repubblicani. Ma non mancano polemiche o incognite: i critici liberal vorrebbero volti davvero nuovi al Tesoro e più impegnati su temi sociali, quali il lavoro, e progressisti. Lew, agli occhi dei critici, conferma anche la carenza di innovazione e diversità che sta emergenzo nella seconda amministrazione Obama, dove foinora tutti i prescelti erano già vecchie conoscenze. Da qualche repubblicano, come il senatore Jeff Sessions, sono invece arrivati attacchi opposti: alla "rigidità" di Lew sui temi cari ai democratici e alla sua statura politica, nazionale e internazionale. «Non è l'uomo di cui abbiamo bisogno», ha fatto sapere. Lew è sposato e ha due figli, ha una casa nel quartiere residenziale di Riverdale nel Bronx ed è un ebreo ortodosso, che nel rispetto della sua fede non lavora il sabato. È laureato a Harvard e, in legge, alla Georgetown University.