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mercoledì 3 ottobre 2012

Duello in tv per la Casa Bianca primo dibattito Obama-Romney

da www.repubblica.it

ELEZIONI USA

I due candidati si scontrano a Denver nel primo di tre dibattiti televisivi. Una prova di nervi. Perché la posta in gioco è alta  dal nostro inviato FEDERICO RAMPINI

DENVER (COLORADO) - È la serata che può decidere tutto: non solo i destini politici di Barack Obama e Mitt Romney, ma il modello di società che l'America vuole costruire nei prossimi quattro anni, quindi anche la sua impronta sul resto del mondo. È quasi una scelta di civiltà, è in questi termini che la presentano i due rivali. La destra parla di un "referendum sulla libertà", vuole ricostruire un sogno americano fatto di individualismo e imprenditorialità. Obama invoca un "patto di cittadinanza", propone una società meno diseguale, dove "il vero successo è quando ce la facciamo tutti insieme" e le regole valgono anche per i banchieri. È il match del terzo millennio tra il neoliberismo più estremo, e un'idea solidale della rinascita americana.

Il presidente democratico e lo sfidante repubblicano si affrontano stasera nel primo dei tre dibattiti televisivi in vista del voto. Si comincia alle 19 ora locale (tre di notte italiane) qui all'università del Colorado, a Denver, per un'ora e mezza divisa in sei segmenti di un quarto d'ora ciascuno, moderatore il veterano della tv pubblica Jim Lehrer.

La pretattica dei due staff elettorali impone di smorzare le attese: "L'avversario è un oratore più forte", "ma non esistono i colpi del k.o.", sono le due frasi più abusate delle ultime ore.

In realtà la posta in gioco è alta. Da mesi Obama e Romney sono quasi alla pari nei sondaggi, è cruciale spostare quella piccola percentuale di elettori che ancora sono indecisi, una quota che si assottiglia di giorno in giorno. Nelle ultime tre settimane qualcosa si è mosso. Soprattutto negli Stati-chiave, in bilico fra i due campi e quindi destinati a fare l'ago della bilancia (Pennsylvania, Ohio, Florida, Virginia i più importanti), Obama ha cominciato a conquistarsi un margine di vantaggio che supera "l'errore statistico", in certi casi arriva alla decina di punti.

I SONDAGGI PER GLI STATI CHIAVE 1

La rimonta di Obama è sorprendente. Dopo i tempi di Franklin Roosevelt e della Grande Depressione, nessun presidente era mai stato rieletto con un tasso di disoccupazione dell'8% come quello attuale. La crescita economica è addirittura rallentata nel quarto anno della presidenza Obama rispetto al terzo. Negli ultimi giorni perfino la politica estera  -  che era un fattore di forza per il presidente che ha eliminato Osama Bin Laden  -  si è messa a "giocare contro": con il mondo islamico percorso da proteste anti-americane, la scommessa di appoggiare le primavere arabe può essere rinfacciata a questa Amministrazione.

Sicuramente stasera Romney porterà i suoi affondi su tutti questi terreni, senza esclusione di colpi, anche se il tema prevalente del match sono le questioni interne (economia). Romney cercherà di "citare Obama contro Obama", ricordando le gioiose parole d'ordine su "speranza e cambiamento" del candidato del 2008. Chiederà agli americani: "Vi sentite più ricchi e più ottimisti sul futuro dei vostri figli, rispetto a quattro anni fa?", riprendendo il celebre attacco che portò Ronald Reagan alla vittoria contro Jimmy Carter.

Accuserà il presidente di avere sottovalutato le minacce di Al Qaeda in Libia, un tema sul quale anche i mass media più progressisti sono molto critici con la Casa Bianca dopo l'uccisione dell'ambasciatore Usa a Bengasi. Il miracolo che Obama è riuscito ad avviare nei giorni scorsi, e che stasera cercherà di confermare, è legato proprio alla "scelta di civiltà". Finché la campagna elettorale aveva i toni di un referendum sui risultati del suo primo mandato, il presidente era in difficoltà, sulla difensiva.

Nelle ultime settimane, sorprendentemente è Romney ad essersi ritrovato più volte a dover parare i colpi. Le sue gaffe non lo hanno aiutato, la più importante delle quali può aver segnato "l'inizio della fine" delle sue ambizioni presidenziali. È la famose frase  -  pronunciata davanti a un gruppo di finanziatori miliardari  -  in cui Romney disse di non voler neppure tentare di convincere quel "47% di americani che voteranno comunque per Obama perché vivono di assistenza, si aspettano dallo Stato una soluzione ai loro problemi, e si considerano vittime".

La frase, poi ripresa negli spot di pubblicità televisiva del partito democratico, è stata un autogol grave perché ha dato sostanza a quel "controritratto" di Romney che la sinistra aveva bisogno di imporre. Il finanziere arricchitosi attraverso operazione predatorie, delocalizzando attività in Cina. Il multimilionario che parcheggia i propri conti bancari nel paradiso offshore delle isole Caimane. Il contribuente privilegiato che paga solo il 14% di imposte sulle plusvalenze finanziarie mentre il ceto medio paga il 35% sui redditi da lavoro. Tutte queste accuse hanno improvvisamente guadagnato credibilità grazie allo stesso Romney e alla sua sciagurata battuta contro il "47%".

Per Obama stasera il gioco sarà questo: riuscire a consolidare una narrazione che oppone le due Americhe, da una parte quella dei privilegiati a cui si applicano "regole diverse", dall'altra la vasta middle class. Le divergenze di programma sono enormi, le distanze abissali, a conferma che la polarizzazione tra destra e sinistra nella politica americana oggi è la più accentuata di tutte le liberaldemocrazie occidentali. Romney non solo vuole rinnovare gli sgravi fiscali di George W. Bush ma addirittura di rincarare la dose, con benefici che andrebbero inevitabilmente a favorire i contribuenti più ricchi e le imprese. Obama invece vuole una nuova tassa sui redditi sopra il milione di dollari.

Romney scegliendosi come vice il "falco anti-deficit" Paul Ryan ne avalla di fatto le radicali proposte di smantellamento del Welfare; inclusa la privatizzazione dell'unico servizio sanitario nazionale (il Medicare per gli anziani over-65). Obama difende la sua riforma sanitaria, che ha esteso la copertura obbligatoria ad almeno 30 milioni di cittadini che ne erano sprovvisti. Il presidente democratico ha creato una corsia preferenziale per regolarizzare i figli di immigrati clandestini che abbiano studiato o fatto il servizio militare qui; mentre a destra imperversano le frange più xenofobe.

Romney cercherà di dipingere Obama come "un dirigista, uno statalista, un socialista di stampo europeo, che trasformerebbe l'America in una nazione di assistiti ". La sua forza sta in quel grido di guerra che risuonò orgogliosamente alla convention di Tampa: "We Built It!". Questa ricchezza l'abbiamo costruita noi, senza nessun aiuto. È lo slogan del popolo repubblicano convinto che l'America è un popolo di imprenditori che si sono tutti fatti da sé, che le infrastrutture statali non contano, che l'istruzione pubblica è una mangiatoia per i sindacati, che le regole a tutela dell'ambiente sono lacci soffocanti contro la crescita. È un messaggio che seppe convincere la maggioranza degli americani ai tempi di Reagan, poi anche di Bush padre e figlio. È un'ideologia che ha radici profonde in questa nazione, perfino tra fasce di classe operaia.

Il problema, stavolta, è anzitutto il messaggero. Romney è poco credibile nel suo anti-statalismo perché da governatore del Massachusetts varò una riforma sanitaria identica a quella di Obama, prima di spostarsi a destra. È poco credibile perché le inchieste giudiziarie opportunamente annunciate dal Dipartimento di Giustizia nelle ultime ore hanno riportato in primo piano le colpe di Wall Street all'origine di questa crisi: un disastro maturato proprio in seguito a decenni di deregulation. Perfino sull'onestà personale di Romney si allunga l'ombra del dubbio, da quando la magistratura ha acceso un faro sui sospetti di elusione fiscale della società di private equity da lui fondata (Bain Capital).

Obama negli ultimi giorni si è allenato a Las Vegas, simulando il duello di stasera con John Kerry come sparring partner (l'ex candidato democratico sconfitto da Bush nel 2004). Il consiglio più pressante del suo staff: essere autorevole ma non "professorale"; evocare i punti deboli di Romney senza comunicare agli spettatori un "complesso di superiorità". Guai ad apparire élitario, in questo paese. Può essere una debolezza fatale contro la destra populista, anche quando quest'ultima si sceglie come leader un super-privilegiato, membro dell'establishment dell'alta finanza.
(03 ottobre 2012)