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lunedì 20 febbraio 2012

Il candidato delle “tre M”

da http://temi.repubblica.it/limes

di Fabrizio Maronta
RUBRICA AMERICA E DINTORNI. Chi è Mitt Romney e perché è difficile farsene un'idea.
Nella tempestiva biografia The Real Romney, i giornalisti del Boston Herald Michael Kranish e Scott Helman raccontano come, nel 2008, la disastrosa campagna elettorale di Mitt Romney – al tempo frustrato aspirante alle presidenziali per il Partito repubblicano, che gli preferì John McCain – risentì di quello che venne definito il “problema delle tre M”. Ovvero il fatto che Mitt (la M del suo nome non conta) fosse al contempo mormone, milionario e del Massachusetts. Quattro anni dopo, l'attuale front runner nella corsa alle primarie repubblicane è alle prese con lo stesso problema.

Il 65enne originario di Detroit, Michigan (un'altra M...), figlio di George W. Romney (ex governatore del Michigan) e di Lenore Romney, marito della bella Ann Davies (che sposa nel 1969) e padre di cinque figli (tutti maschi), è poco meno di un rebus politico nel suo stesso paese. Si laurea a Stanford e consegue un dottorato in economia ad Harvard, non prima di aver passato due anni a Bordeaux (Francia) come missionario mormone.

Delle tre M, quella relativa alla confessione religiosa è forse la più problematica. Il bisnonno di Romney scappò dal Messico negli Stati Uniti alla fine dell'Ottocento, per sfuggire alla stretta del governo messicano sulla poligamia (al tempo adottata dalla Chiesa di Gesù Cristo dei santi degli ultimi giorni, di cui il capostipite era già attivo seguace). È una storia affascinante, ma scarsamente spendibile per una “narrazione” presidenziale rivolta all'elettorato moderato e conservatore (e non solo). Per questo Romney è tradizionalmente restio a parlarne: il mormonismo sarà pure “la” religione autoctona dell'America settentrionale, ma le sue stranezze la rendono alquanto esotica agli occhi dell'elettore (repubblicano) medio, il cui dna culturale resta sostanzialmente cristiano.

Poi c'è il Massachusetts, Stato in cui il giovane Romney riceve la sua istruzione post-universitaria e dove decise di restare, perseguendo una carriera politica che lo vedrà sfidare nel 1994, senza successo, Ted Kennedy al Senato e poi, nel 2003, conquistare la poltrona di governatore. Incarico, quest'ultimo, ricoperto fino al 2007, alla vigilia della sua prima corsa alle presidenziali. Il problema del Massachusetts non è lo Stato in sé, ma ciò che esso rappresenta agli occhi della base repubblicana conservatrice e reazionaria, storicamente insediata nel Midwest e negli Stati meridionali, per la quale Harvard e l'East Coast sono sinonimi di élite finanziarie, liberalismo spinto ed eccessiva contiguità con l'esecrata Washington.

Ne sa qualcosa il padre di Mitt, il vulcanico George Romney, che nelle affollate primarie repubblicane del 1968 (quelle che incoronarono Richard Nixon) ottenne appena 4.447 voti, pari allo 0,1% del totale. Il rapporto di Mitt con l'ingombrante padre è uno dei punti oscuri della sua figura: tanto è riservato, impacciato e pedissequo il primo, tanto era spigliato, incontenibile e infaticabile il secondo. Nel 1994, un anno prima della morte e alla veneranda età di 87 anni, Romney senior volava regolarmente da Detroit a Boston, prendeva due metro e un autobus e si presentava al quartier generale della campagna senatoriale del figlio, nella quale lavorò attivamente.

Eppoi c'è la terza M, il vero trait d'union tra Romney e il suo Stato d'adozione: i milioni. Perché Romney è molto, ma molto ricco: il suo patrimonio personale ammonta a 200 milioni di dollari, accumulati in gran parte negli Ottanta, durante una fortunata carriera nella finanza culminata con la co-fondazione, nel 1984, del fondo d'investimento Bain Capital, spin off di Bain & Co., dove Romney era stato assunto nel 1977. Visti i costi delle campagne elettorali americane, una simile base di auto-finanziamento è certamente utile; ma in tempi di crisi economica e populismo anti-Wall Street può facilmente rivelarsi un boomerang, perché espone il ricco Mitt all'accusa di appartenere a quell'1% (di super ricchi) cui il restante 99% imputa, a torto e a ragione, gran parte dei guai attuali.

In questo senso non aiuta il fatto che una parte cospicua della ricchezza di Romney risulti parcheggiata in fondi domiciliati alle isole Cayman, o che l'aspirante candidato abbia definito “non particolarmente alti” i compensi (373 mila dollari) percepiti nell'arco di 12 mesi (tra il 2010 e il 2011) per la sua attività di conferenziere.

Comunque, resta per ora il mistero (che nemmeno la biografia di Kranish e Helman contribuisce a svelare) sulle motivazioni personali alla base della tenace determinazione con cui Romney Jr mostra di perseguire la presidenza. C'è chi ha avanzato l'ipotesi che, come per G.W. Bush, la molla stia nel bisogno di emulare un padre grande e ingombrante (sebbene George Bush, probabilmente, lo fosse più di George Romney). È uno dei tasselli mancanti di un puzzle che, se – come probabile – Romney dovesse spuntare la candidatura, in molti si affanneranno a comporre.

(20/02/2012)

lunedì 6 febbraio 2012

Obama congela beni iraniani negli Usa "Sanzioni necessarie, provano a barare"

da www.repubblica.it

IL CASO

Bloccati tutti gli investimenti della Repubblica islamica negli Stati Uniti, compresi quelli della Banca Centrale. In un'intervista alla Nbc, il presidente americano ritiene altamente negativo l'impatto di un intervento militare, ma conferma che Washington è "pronta ad altri approcci se fallisse l'opzione diplomatica"

WASHINGTON - Il presidente degli Stati Uniti, Barack Obama, ha firmato un decreto con cui vengono congelati tutti i beni e gli investimenti iraniani negli Usa, compresi quelli della Banca centrale di Teheran. Il capo della Casa Bianca ha spiegato che la stretta si è resa necessaria di fronte alle "pratiche ingannevoli" con cui i vari istituti finanziari iraniani hanno provato a occultare le transazioni.

"Ho stabilito che le sanzioni addizionali siano garantite - ha scritto il presidente Usa in una lettera indirizzata al Congresso - in particolare alla luce delle pratiche ingannevoli della Banca centrale e di altre banche iraniane per occultare le transazioni di gruppi sanzionati, delle inefficienze nella lotta al riciclaggio del denaro da parte dell'Iran e della debolezza della sua implementazione, e del continuo e inaccettabile rischio posto al sistema finanziario internazionale dalle attività iraniane".

In precedenza, parlando alla Nbc, il presidente americano aveva lodato i servizi di intelligence, grazie al cui operato si può ricavare "una stima molto affidabile" sui tempi di realizzazione di un'arma nucleare in Iran. Obama ha però aggiunto che rimangono ancora molte domande senza risposta sulle dinamiche interne dell'Iran, dove non è ancora chiaro chi prenda le decisioni più importanti. Gli Usa, ha proseguito il presidente, hanno attuato pianificazioni e preparazioni estese su tutte le potenziali opzioni per combattere il programma nucleare di Teheran. Mentre la
Casa Bianca ribadisce che nessuna soluzione è esclusa, compreso un intervento militare, Obama vuole risolvere il conflitto tramite la diplomazia.

"Conosciamo tutte le dinamiche interne relative all'Iran? Assolutamente no, e il Paese è molto più diviso ora di quanto non fosse in passato. Capire chi prenda le decisioni è molto difficile", ha detto il presidente. In seguito, Obama ha ribadito che un attacco militare contro il programma nucleare di Teheran avrebbe conseguenze negative. "Qualsiasi attività militare aggiuntiva nel Golfo - ha affermato - ha un cattivo impatto e un grosso effetto sia su di noi che sul prezzo del petrolio. Inoltre abbiamo ancora soldati dispiegati in Afghanistan, che confina con l'Iran". In ogni caso, ha ripetuto, se un approccio diplomatico non porterà a una soluzione per la disputa, "siamo preparati a esercitare altre opzioni".

(06 febbraio 2012) © Riproduzione riservata