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giovedì 27 dicembre 2012

La politica estera americana che verrà

da http://www.affarinternazionali.it/articolo.asp?ID=2211

John Kerry segretario di Stato

Emiliano Alessandri 

24/12/2012 

I secondi mandati hanno offerto ai presidenti Usa l'opportunità di lanciare iniziative di politica estera impegnative, liberi dai condizionamenti legati alla rielezione, e apportare correzioni di rotta anche importanti. I precedenti recenti non mancano. George W. Bush provò a sanare la relazione con gli alleati europei dopo le tentazioni unilateraliste del primo mandato. Al contempo scelse un segretario di Stato più fedele e `falco' nel passaggio da Colin Powell a Condoleezza Rice. 

L'eredità internazionale di Bill Clinton si perfezionò negli ultimi quattro anni, con l'intervento militare contro Belgrado, l'allargamento della Nato ad Est, l'accelerazione impressa all'entrata della Cina nell'Organizzazione mondiale del commercio (Omc), i successi in Asia con il processo di riconciliazione con il Vietnam e i fallimenti in Medio Oriente con l'arresto del processo di pace. Clinton scelse nuovamente un segretario più vigoroso e `falco' nel secondo mandato, nel passaggio da Warren Christopher a Madeleine Albright, la prima donna a Foggy Bottom, ceca di origine ma famosa per aver definito l'America la `nazione indispensabile'.

Continuità 
Il secondo mandato di Obama potrebbe cominciare all'insegna della continuità. Con il ritiro della candidatura al dipartimento di Stato - giustamente ritenuta azzardata - di Susan Rice, invisa sia ai repubblicani che a parti importanti dell'establishment delle stesse Nazioni Unite di cui dovrebbe essere paladina, la scelta è caduta sul temperato, e secondo alcuni troppo pallido, John Kerry. 

Con Kerry, se come sembra sarà confermato dal Senato, è probabile che la politica estera Usa, almeno in una prima fase, continui ad essere di fatto decisa alla Casa Bianca, come è avvenuto del resto nella prima parte del primo mandato di Obama. Col tempo, risolti i dissapori delle primarie e istauratosi un rapporto di stima, Hillary Clinton si è ritagliata un ruolo sempre più di rilievo, guadagnandosi anche quote di autonomia che sono poi pesate anche sugli orientamenti dell'amministrazione.

Al momento, invece, risulta difficile individuare temi o aree su cui Kerry avrebbe le carte o l'ambizione di distinguersi, e tanto meno di distanziarsi significativamente, da Obama. Da presidente della Commissione esteri del Senato, Kerry è stato coinvolto in tutti i principali dossier di politica estera. Ha sviluppato un interesse particolare e mostrato doti e opinioni proprie nella difficile e delicata relazione con il Pakistan e l'Afghanistan, relazionandosi direttamente con leader problematici come il presidente afgano Hamid Karzai. Ha assunto posizioni dure contro la Cina sulle manipolazioni delle regole sul commercio, ma è apparso a volte colpevolmente vago sulle crisi mediorientali, sostenendo l'intervento in Libia ma riponendo inizialmente fiducia nella capacità di Damasco di risolvere pacificamente le tensioni interne, poi sfociate nella guerra civile. 

Agli europei piacerà che Kerry condivide un orientamento europeista e atlantista non diverso da quello della Clinton, e più istintivo di quello di Obama, che solo col tempo sta sviluppando un attaccamento per l'Europa (che invece, come aveva candidamente scritto, non aveva prima di diventare presidente).

La stabilità offerta da Kerry potrebbe tuttavia disincentivare la Casa Bianca dal portare avanti quei cambiamenti di cui l`azione internazionale del paese ha invece bisogno. Un secondo mandato nel solco della totale continuità rischierebbe infatti di non cogliere le lezioni che già Hillary Clinton negli ultimi due anni aveva offerto e applicato, anche come correzioni al corso inizialmente scelto da Obama.

Luci e ombre 
La politica di Obama ha avuto un grande pregio e un grande difetto, due facce della stessa medaglia. Il presidente si è con successo lasciato alle spalle la difficile eredità di Bush, restaurando l'immagine e la credibilità dell'America nel mondo. Ha anche scelto un approccio pragmatico anziché ideologico e manicheo, fondato sulla lucida consapevolezza che nel mondo più multipolare del ventunesimo secolo, il grande potere di cui gli Usa ancora godono si può esprimere efficacemente solo dando vita a coalizioni di forze più ampie. 

Il limite principale della politica estera di Obama è stato invece che la comprensione dei delicati equilibri delle forze in gioco, che fu la più grave carenza di Bush, si è a volte accompagnata ad un approccio non solo più modesto, ma anche più reattivo, se non rinunciatario. Come si è visto, ad esempio, nei confronti della Russia e di altri partner problematici, con i quali era necessario riallacciare una dinamica di cooperazione. 

Obama ha anche presto scoperto che un cambio di tono ed una maggiore apertura non avrebbero di per sé portato a progressi profondi, come è stato per l'Iran fino all'inasprimento delle sanzioni e per la Cina fino al momento in cui il segretario Clinton ha scelto una linea più assertiva. 

L'iniziale approccio che enfatizzava le istituzioni internazionali, la politica della mano tesa, l'idea che le relazioni tra potenze, nello spazio post-sovietico come nel teatro asiatico passando per lo scacchiere mediorientale, non deve essere a somma zero, è stato nel corso dei primi quattro anni significativamente corretto in senso realista dalla Clinton. Quest'ultima ha riproposto in parte l'approccio della Albright, un atteggiamento pragmatico ma non meno basato sui valori, che guarda al multilateralismo non tanto come principio, quanto come strumento da utilizzare nei casi in cui sia davvero efficace. 

La Clinton ha inoltre cercato di entrare in rapporto con gli interlocutori da posizioni di forza, vincolando le aperture a concessioni da parte di paesi rivali e a assunzioni di responsabilità da parte di attori regionali in cerca di spazio, come la Turchia, e di attori emergenti o ri-emergenti, come la Cina.

Priorità
Questo approccio corretto deve fare ancora i conti con partite dichiarate chiuse troppo in fretta. È auspicabile che su queste ultime si concentrerà la politica estera americana nel 2013 e oltre. La partita dell'Asia continuerà ad essere la più strategica. Ma il "pivot to Asia" non può significare una fuga da un Medio Oriente sempre più globale e multipolare, destinato a rimanere terreno centrale del confronto tra poteri e modelli di sviluppo politico ed economico alternativi. 

Per evitare che il ritiro dall'Afghanistan avvenga lasciandosi alle spalle equilibri precari e dinamiche ostili, come nel caso del disimpegno strategicamente avventato dall'Iraq, serve il coinvolgimento di vari partner regionali, ma anche dell'Iran.

Obama dovrà dunque allargare il dialogo con Teheran, che già viene ricercato sul nucleare, a questioni più ampie di sicurezza regionale. Sarà questo sentiero strettissimo, ma anche critico per gli interessi occidentali e la stabilità regionale, il passaggio obbligato. Pena l'allargamento dei focolai di conflitto e il coinvolgimento, in essi, anche di Stati Uniti ed Europa. 

Obama dovrà infatti riattivare una relazione più strategica con l'Europa per contenere le turbolenze che caratterizzano, in forme diverse, l'ampia area che va dallo spazio post-sovietico a quello post-ottomano. La crisi europea è stata compresa dall'amministrazione Usa nelle sue implicazioni economiche. Ma è tempo nel secondo mandato di esplicitare maggiormente le interdipendenze politiche tra Stati Uniti ed Europa nella fase di transizione internazionale corrente. 

Il progetto di area di libero commercio tra le due sponde dell'Atlantico, che Hillary Clinton ha già lanciato a dicembre e che verrà formalizzato nelle prossime settimane, per quanto di laboriosa attuazione, può essere una chiave di volta. Ma solo se l'iniziativa economica servirà ad attivare incentivi strategici di lungo termine. 

Un Kerry a suo agio nelle capitali europee potrebbe cominciare da questo, offrendo al contempo energie e risorse critiche all'azione della Casa Bianca, limitata dalle pressanti emergenze economiche interne, nell'ingarbugliato rebus mediorientale.

Emiliano Alessandri è Senior Transatlantic Fellow presso il German Marshall Fund of the US di Washington DC. 

martedì 18 dicembre 2012

Usa, bando armi d'assalto: sì di Obama. Primo passo dopo la strage di Newtown

da www.repubblica.it


La Casa Bianca: il presidente appoggia la proposta di legge della senatrice democratica Feinstein, simile a quella voluta da Clinton e rimasta in vigore fino al 2004. L'annuncio dopo l'ultima tragedia, che ha provocato la morte di 20 bambini e 6 adulti in una scuola elementare in Connecticut

WASHINGTON - Obama rompe gli indugi: dopo l'ultima, tragica strage a Newtown, il presidente americano annuncia che appoggerà la proposta di legge della senatrice democratica Dianne Feinstein per reintrodurre il bando delle armi di assalto, sul modello della legge voluta da Bill Clinton, scaduta nel 2004. Lo rende noto la Casa Bianca. 

La misura è contro la vendita, il trasferimento, la produzione e l'importazione di un centinaio di modelli di armi d'assalto. E riguarda i fucili semi-automatici come il Bushmaster AR-15 usato da Adam Lanza, l'autore della strage di venerdì scorso nella scuola elementare Sandy Hook di Newtown, in Connecticut, in cui hanno perso la vita 20 bambini e sei adulti, oltre allo sparatore che si è tolto la vita. 

Parlando con le famiglie delle vittime, e al Paese, subito dopo la tragedia, il presidente si era impegnato ad agireper fermare la carneficina. "Nelle prossime settimane userò tutti i poteri a mia disposizione nello sforzo di prevenire tragedie come questa. Non possiamo accettare eventi così, come fossero routine", ha detto nella città colpita dal lutto, lunedì. 

Oggi il portavoce della Casa Bianca ha ribadito: "E' chiaro che come nazione non abbiamo fatto abbastanza per fare fronte a questo flagello delle violenze legata alle armi", ha dichiarato Jay Carney. "Il presidente", ha aggiunto, "intende affrontare il problema nelle prossime settimane".

Obama ha parlato al telefono con il senatore democratico Joe Manchin che, alla luce della strage, ha ammorbidito la sua linea pro-Nra, la potente lobby delle armi, sulle armi d'assalto. "Il presidente è rincuorato da quel che ha sentito da membri del Congresso che si erano finora opposti alle misure di controllo", ha detto ancora Carney.

mercoledì 7 novembre 2012

Obama, altri quattro anni alla Casa Bianca "Tutti insieme possiamo costruire il futuro"

da www.repubblica.it

FESTA DEMOCRATICA

Il presidente rieletto tra i suoi sostenitori entusiasti a Chicago: "Per l'America il meglio deve ancora venire". Romney tarda ad ammettere la sconfitta, poi si congratula con l'avversario e dice: "Prego perché abbia successo nel guidare la nostra grande nazione"

di ALBERTO FLORES D'ARCAIS CHICAGO - "Four more years, four more years". Mancavano pochi minuti alle 23.30 (ora di Chicago) quando le migliaia di persone che erano riuscite ad entrare nel McCormick Place sono esplose in un boato. I network televisivi avevano appena annunciato che Obama aveva vinto la Virginia, è stato un attimo, a quella parola tutti hanno capito che Obama aveva vinto.

Hanno dovuto attendere ancora un'ora prima che il presidente facesse il suo arrivo. Nell'attesa, mentre gli altoparlanti lanciavano musiche rythm&blues, i Beatles e l'immnacabile Springsteen, l'atmosfera è diventata elettrica. Nel giro di pochi minuti al presidente venivano assegnati altri Stati "decisivi", compreso quell'Ohio che era il più decisivo di tutti.
  
Le prime parole di Obama sono arrivate via twitter, un cinguettio che i democratici non dimenticheranno: "Voi lo avete reso possibile, grazie". A quel punto si attendeva soltanto che Mitt Romney ammettesse la sconfitta e si congratulasse con il presidente rieletto. Cosa che il candidato repubblicano ha tardato a fare, rimanendo ostinatamente in attesa di una svolta che non è arrivata. Quando Romney si è arreso, il presidente è arrivato al McCormick Place e urla ed applausi hanno avuto la meglio sulla musica a tutto volume. ""Crediamo in un'America generosa, tollerante, aperta ai sogni. Il meglio deve ancora venire", ha detto Obama dopo aver abbracciato a lungo Michelle e le due figlie, "torno alla Casa Bianca più determinato di prima". Ha avuto parole dolcissime per la moglie: "Non sarei l'uomo che sono oggi senza la donna che vent'anni fa ha accettato di sposarmi, lasciate che lo dica pubblicamente: Michelle, non ti ho mai amato tanto. Ti amo, l'America ti ama". Ha ringraziato i militari americani che nel mondo "difendono la libertà", ha parlato dell'istruzione ("vogliamo che i nostri figli possano andare in scuole migliori e con migliori insegnanti"). Ha usato frasi alla Kennedy, "l'America non è cosa possiamo fare per noi, ma cosa puó essere fatto da noi", ha invitato a dimenticarsi delle dispute elettorali, "non importa se siete bianchi, neri, ispanici, asiatici, se siete gay o no, tutti insieme possiamo costruire il futuro". Ha fatto i complimenti al suo avversario, promesso che le nuove sfide, quelle che lo attendono nei prossimi quattro anni, saranno vinte.
 
Dal Colorado alla Virginia, dal Wisconsin all'Ohio 1, il presidente ha fatto incetta di voti tra quei segmenti di popolazione che più sono stati colpiti dalla crisi economica di questi anni. Gli Stati su cui Romney aveva puntato di più per strappare la Casa Bianca ai democratici sono quelli da cui è arrivata la spinta maggiore alla vittoria per Obama. Il caso più evidente è quello dell'Ohio, dove il candidato repubblicano credeva di poter convincere gli elettori, soprattutto i maschi bianchi della classe media-bassa. Aveva dimenticato - e Obama glielo ha ricordato per tutta la campagna elettorale - che quei lavoratori il lavoro lo avevano conservato proprio grazie a quegli aiuti statali decisi dal presidente in favore delle industrie automobilistiche. L'azzeccato slogan lanciato dal vice-presidente Joe Biden ("Osama Bin Laden è morto, la General Motors è viva") ha fatto presa.

Adesso inizia una sfida nuova. Obama ha a disposizione ancora quattro anni per mantenere le promesse fatte quattro anni fa, quelle che non è stato in grado di mantenere per la crisi e per l'opposizione del Congresso. In questo secondo mandato avrà sicuramente più mano libera, non dovrà pensare a una futura rielezione e sarà probabilmente aiutato anche da una situazione economica che negli Stati Uniti sta migliorando mese dopo mese.

E anche lo sconfitto Romney ha messo da parte i toni agguerriti della campagna elettorale in nome del bene del Paese: "Paul Ryan ed io abbiamo messo in campo tutto quello che avevamo, abbiamo dato tutto, ho molto sperato che sarei potuto essere presidente, ma la nazione ha scelto un altro leader. Questi sono tempi di grandi sfide per l'America. E le mie preghiere sono perché il presidente abbia successo nel guidare la nostra grande nazione".
(07 novembre 2012)

mercoledì 3 ottobre 2012

Duello in tv per la Casa Bianca primo dibattito Obama-Romney

da www.repubblica.it

ELEZIONI USA

I due candidati si scontrano a Denver nel primo di tre dibattiti televisivi. Una prova di nervi. Perché la posta in gioco è alta  dal nostro inviato FEDERICO RAMPINI

DENVER (COLORADO) - È la serata che può decidere tutto: non solo i destini politici di Barack Obama e Mitt Romney, ma il modello di società che l'America vuole costruire nei prossimi quattro anni, quindi anche la sua impronta sul resto del mondo. È quasi una scelta di civiltà, è in questi termini che la presentano i due rivali. La destra parla di un "referendum sulla libertà", vuole ricostruire un sogno americano fatto di individualismo e imprenditorialità. Obama invoca un "patto di cittadinanza", propone una società meno diseguale, dove "il vero successo è quando ce la facciamo tutti insieme" e le regole valgono anche per i banchieri. È il match del terzo millennio tra il neoliberismo più estremo, e un'idea solidale della rinascita americana.

Il presidente democratico e lo sfidante repubblicano si affrontano stasera nel primo dei tre dibattiti televisivi in vista del voto. Si comincia alle 19 ora locale (tre di notte italiane) qui all'università del Colorado, a Denver, per un'ora e mezza divisa in sei segmenti di un quarto d'ora ciascuno, moderatore il veterano della tv pubblica Jim Lehrer.

La pretattica dei due staff elettorali impone di smorzare le attese: "L'avversario è un oratore più forte", "ma non esistono i colpi del k.o.", sono le due frasi più abusate delle ultime ore.

In realtà la posta in gioco è alta. Da mesi Obama e Romney sono quasi alla pari nei sondaggi, è cruciale spostare quella piccola percentuale di elettori che ancora sono indecisi, una quota che si assottiglia di giorno in giorno. Nelle ultime tre settimane qualcosa si è mosso. Soprattutto negli Stati-chiave, in bilico fra i due campi e quindi destinati a fare l'ago della bilancia (Pennsylvania, Ohio, Florida, Virginia i più importanti), Obama ha cominciato a conquistarsi un margine di vantaggio che supera "l'errore statistico", in certi casi arriva alla decina di punti.

I SONDAGGI PER GLI STATI CHIAVE 1

La rimonta di Obama è sorprendente. Dopo i tempi di Franklin Roosevelt e della Grande Depressione, nessun presidente era mai stato rieletto con un tasso di disoccupazione dell'8% come quello attuale. La crescita economica è addirittura rallentata nel quarto anno della presidenza Obama rispetto al terzo. Negli ultimi giorni perfino la politica estera  -  che era un fattore di forza per il presidente che ha eliminato Osama Bin Laden  -  si è messa a "giocare contro": con il mondo islamico percorso da proteste anti-americane, la scommessa di appoggiare le primavere arabe può essere rinfacciata a questa Amministrazione.

Sicuramente stasera Romney porterà i suoi affondi su tutti questi terreni, senza esclusione di colpi, anche se il tema prevalente del match sono le questioni interne (economia). Romney cercherà di "citare Obama contro Obama", ricordando le gioiose parole d'ordine su "speranza e cambiamento" del candidato del 2008. Chiederà agli americani: "Vi sentite più ricchi e più ottimisti sul futuro dei vostri figli, rispetto a quattro anni fa?", riprendendo il celebre attacco che portò Ronald Reagan alla vittoria contro Jimmy Carter.

Accuserà il presidente di avere sottovalutato le minacce di Al Qaeda in Libia, un tema sul quale anche i mass media più progressisti sono molto critici con la Casa Bianca dopo l'uccisione dell'ambasciatore Usa a Bengasi. Il miracolo che Obama è riuscito ad avviare nei giorni scorsi, e che stasera cercherà di confermare, è legato proprio alla "scelta di civiltà". Finché la campagna elettorale aveva i toni di un referendum sui risultati del suo primo mandato, il presidente era in difficoltà, sulla difensiva.

Nelle ultime settimane, sorprendentemente è Romney ad essersi ritrovato più volte a dover parare i colpi. Le sue gaffe non lo hanno aiutato, la più importante delle quali può aver segnato "l'inizio della fine" delle sue ambizioni presidenziali. È la famose frase  -  pronunciata davanti a un gruppo di finanziatori miliardari  -  in cui Romney disse di non voler neppure tentare di convincere quel "47% di americani che voteranno comunque per Obama perché vivono di assistenza, si aspettano dallo Stato una soluzione ai loro problemi, e si considerano vittime".

La frase, poi ripresa negli spot di pubblicità televisiva del partito democratico, è stata un autogol grave perché ha dato sostanza a quel "controritratto" di Romney che la sinistra aveva bisogno di imporre. Il finanziere arricchitosi attraverso operazione predatorie, delocalizzando attività in Cina. Il multimilionario che parcheggia i propri conti bancari nel paradiso offshore delle isole Caimane. Il contribuente privilegiato che paga solo il 14% di imposte sulle plusvalenze finanziarie mentre il ceto medio paga il 35% sui redditi da lavoro. Tutte queste accuse hanno improvvisamente guadagnato credibilità grazie allo stesso Romney e alla sua sciagurata battuta contro il "47%".

Per Obama stasera il gioco sarà questo: riuscire a consolidare una narrazione che oppone le due Americhe, da una parte quella dei privilegiati a cui si applicano "regole diverse", dall'altra la vasta middle class. Le divergenze di programma sono enormi, le distanze abissali, a conferma che la polarizzazione tra destra e sinistra nella politica americana oggi è la più accentuata di tutte le liberaldemocrazie occidentali. Romney non solo vuole rinnovare gli sgravi fiscali di George W. Bush ma addirittura di rincarare la dose, con benefici che andrebbero inevitabilmente a favorire i contribuenti più ricchi e le imprese. Obama invece vuole una nuova tassa sui redditi sopra il milione di dollari.

Romney scegliendosi come vice il "falco anti-deficit" Paul Ryan ne avalla di fatto le radicali proposte di smantellamento del Welfare; inclusa la privatizzazione dell'unico servizio sanitario nazionale (il Medicare per gli anziani over-65). Obama difende la sua riforma sanitaria, che ha esteso la copertura obbligatoria ad almeno 30 milioni di cittadini che ne erano sprovvisti. Il presidente democratico ha creato una corsia preferenziale per regolarizzare i figli di immigrati clandestini che abbiano studiato o fatto il servizio militare qui; mentre a destra imperversano le frange più xenofobe.

Romney cercherà di dipingere Obama come "un dirigista, uno statalista, un socialista di stampo europeo, che trasformerebbe l'America in una nazione di assistiti ". La sua forza sta in quel grido di guerra che risuonò orgogliosamente alla convention di Tampa: "We Built It!". Questa ricchezza l'abbiamo costruita noi, senza nessun aiuto. È lo slogan del popolo repubblicano convinto che l'America è un popolo di imprenditori che si sono tutti fatti da sé, che le infrastrutture statali non contano, che l'istruzione pubblica è una mangiatoia per i sindacati, che le regole a tutela dell'ambiente sono lacci soffocanti contro la crescita. È un messaggio che seppe convincere la maggioranza degli americani ai tempi di Reagan, poi anche di Bush padre e figlio. È un'ideologia che ha radici profonde in questa nazione, perfino tra fasce di classe operaia.

Il problema, stavolta, è anzitutto il messaggero. Romney è poco credibile nel suo anti-statalismo perché da governatore del Massachusetts varò una riforma sanitaria identica a quella di Obama, prima di spostarsi a destra. È poco credibile perché le inchieste giudiziarie opportunamente annunciate dal Dipartimento di Giustizia nelle ultime ore hanno riportato in primo piano le colpe di Wall Street all'origine di questa crisi: un disastro maturato proprio in seguito a decenni di deregulation. Perfino sull'onestà personale di Romney si allunga l'ombra del dubbio, da quando la magistratura ha acceso un faro sui sospetti di elusione fiscale della società di private equity da lui fondata (Bain Capital).

Obama negli ultimi giorni si è allenato a Las Vegas, simulando il duello di stasera con John Kerry come sparring partner (l'ex candidato democratico sconfitto da Bush nel 2004). Il consiglio più pressante del suo staff: essere autorevole ma non "professorale"; evocare i punti deboli di Romney senza comunicare agli spettatori un "complesso di superiorità". Guai ad apparire élitario, in questo paese. Può essere una debolezza fatale contro la destra populista, anche quando quest'ultima si sceglie come leader un super-privilegiato, membro dell'establishment dell'alta finanza.
(03 ottobre 2012)

martedì 18 settembre 2012

Gaffe di Romney: i poveri non mi interessano, non pagano le tasse e votano Obama

da www.ilsole24ore.com


Gaffe di Romney: i poveri non mi interessano, non pagano le tasse e votano Obama (Reuters)Gaffe di Romney: i poveri non mi interessano, non pagano le tasse e votano Obama (Reuters)
Stavolta Mitt Romney l'ha combinata veramente grossa. In un video 'rubato' durante una cena di raccolta fondi a porte chiuse e postato sul sito progressista Mother Jones, il candidato repubblicano offende il 47% degli americani accusandolo di votare per Obama perché «dipende dal governo», «non paga le tasse e si sente vittima» perché troppo povero. E ammette che «il suo lavoro non è certo preoccuparsi di questa gente». Frasi dure che secondo alcuni, come ad esempio Josh Barro, un analista di Bloomberg, potrebbero definitivamente costare a Romney le elezioni.

«C'è un 47% di americani che votano Obama, che sono con lui a prescindere, afferma Romney nel filmato, che dipendono totalmente dal governo, pensano di essere vittime, pensano che il governo abbia la responsabilità di dare loro il diritto alla sanità, al cibo, alla casa. Sono persone che non pagano le tasse sulle entrate. Il mio compito non può essere quello di preoccuparmi di loro, non li convincerò mai di assumersi le loro responsabilità personali e prendersi cura di loro stessi».

Il collaboratore di Mother Jones, autore dello scoop, David Corn, ha fatto sapere che le immagini si riferiscono a una cena di raccolta fondi dello scorso 17 maggio, a Boca Raton in Florida, registrate in casa di Marc Leder, un magnate della finanza. Resta ora da stabilire perchè siano state diffuse solo oggi. Detto questo, dopo le prime incertezze, lo staff di Romney ha confermato la loro veridicità, dicendo che forse queste parole «non saranno eleganti, ma confermano pensieri già espressi in pubblico». Secondo Barro, il primo analista ad aver detto la sua sulle conseguenze dirette sulla sfida elettorale, Romney ha chiarito la sua visione dei poveri, chiamandoli «dei perdenti senza speranza».
Ovviamente lo staff obamiano ha commentato acido: «E' scioccante che un candidato dica a porte chiuse, a un gruppo di ricchi donatori, che la metà degli americani sono vittime e che lui non si deve preoccupare di loro perchè dipendono dallo stato e non pagano le tasse».

Il sito Mother Jones, cliccatissimo in queste ore, infierisce titolando a piena pagina: «Romney il miliardario dice ai suoi simili cosa realmente pensa degli elettori di Obama». Ma in poco tempo la notizia balza in testa a ogni sito web dei media americani. Il New York Times titola:«Romney chiama il 47% dei votanti obamiani dipendenti dal governo». Il Washington Post, «Video rubato rivela frasi brutali». Huffington Post: «Non s'è nemmeno scusato». La rete tv Abc: «Romney conferma le sue frasi sugli elettori di Obama». La Cnn: «Per Romney il 47% sono vittime». Politico.com: «Mitt difende i video». Infine Buzzfeed che ha rilanciato al grande pubblico della rete lo scoop on-line, titola: «Incontra il vero Mitt Romney».

mercoledì 5 settembre 2012

Michelle parla al cuore degli Usa "Altri 4 anni per vincere la sfida"

da www.repubblica.it

IL DISCORSO

Protagonista assoluta della Convention democratica con un discorso diretto alla vita quotidiana e alle speranze di milioni di cittadini, innanzitutto le donne. E Obama sa che la sua rielezione passa per le parole di sua moglie di ALBERTO FLORES D'ARCAIS

CHARLOTTE - “Grazie, grazie, ma ora fatemi iniziare”. Vestita di rosa, spalle scoperte, Michelle Obama sale sul palco al ritmo di ‘Signed, sealed, delivered’ di Stevie Wonder. La platea è tutta per lei, la superstar di questa prima serata della Convention democratica di Charlotte.
   
Si rivolge all’America orgogliosa e patriottica. “Negli ultimi anni, come First Lady, ho avuto lo straordinario privilegio di viaggiare in tutto il paese. Ovunque sono stata, tra le persone che ho incontrato, nelle storie che ho sentito, ho visto l’aspetto migliore dello spirito americano”. Lo spirito di un’intera nazione che “ho visto nella gentilezza e nel calore che hanno mostrato verso la mia famiglia, soprattutto verso le mie ragazze”, che ha trovato negli insegnanti “delle scuole quasi in bancarotta che insegnano senza prendere lo stipendio”.
 
Oppure negli “eroi all’improvviso”, come chi “si lancia nelle fiamme per salvare una vita” o chi guidato per ore “per tirare fuori dai guai chi è rimasto in una cittadina allagata”. L’ha visto soprattutto nei soldati americani chiamati aalla guerra in paesi lontani, “nei nostri uomini e nelle nostre donne in uniforme, nelle orgogliose famiglie militari, nei combattenti feriti che non potevano più camminare, in chi ha perso la vista per una bomba”. Sono loro che la “ispirano ogni giorno”, che la rendono “orgogliosa”, che le ricordano “come siamo fortunati a vivere nella più grande nazione della terra”.
 
I delegati la interrompono al grido di ‘four more years’, ancora quattro anni alla Casa Bianca, lei parla di Barack, “lo amo così come è, la prima volta che ci siamo incontrati le scarpe che aveva erano mezza taglia più piccola”. Non ha mai avuto dubbi, “ero certa che sarebbe stato uno straordinario presidente”. È un discorso in cui non mancano i riferimenti personali, familiari, come aveva fatto anche Ann Romney a Tampa. Racconta della sua famiglia e di quella di Barack (“che non avevano molte risorse economiche, ma che ci hanno insegnato qualcosa di grande valore, l’amore incondizionato, la possibilità che avevamo di raggiungere quello che per loro era stato impossibile”), ricorda il padre cui venne diagnosticata la sclerosi multipla “quano io e mio fratello eravamo ancora molto giovani”. Un padre che non ha mai perso, nonostante le difficoltà, un giorno di lavoro, orgoglioso quando i due figli entrarono al college.

A differenza della moglie di Mitt, il discorso della First Lady è però anche politico. Quando parla delle difficoltà di essere un presidente, un uomo “che non ha margini di errore” quando i problemi più gravi finiscono sul suo tavolo. Perchè puoi avere “tutti i consigli, da tutte le persone”, ma quando alla fine della giornata devi prendere una decisione “l’unica cosa che ti guida sono i tuoi valori, la tua visione, le esperienze di vita”.
  
Parla della crisi (“quando ha dovuto ricostruire la nostra economia ha pensato a gente come mio padre e sua nonna”), delle tasse (“che ha tagliato per le famiglie operaie e per i piccoli imprenditori”), della sfida per salvare l’industria dell’auto, dei posti di lavoro creati. Tocca il delicato tema della riforma sanitaria, fatta perchè Barack “crede che qui in America i nostri nonni devono avere le loro medicine, i nostri figli devono potere vedere un medico se sono malati e nessuno in questo paese deve essere rovinato a causa di una malattia”. Parla della necessità di dare ai giovani l’istruzione che meritano.

Sono i grandi temi sociali su cui il presidente uscente insisterà in questi ultimi due mesi di campagna elettorale, ma che alla fine più che politici “sono problemi pesonali”, della vita di tutti i giorni. Problemi che affliggono l’americano medio e che “Barack conosce bene, come conosce le difficoltà che hanno le famiglie”. per un mondo migliore per i nostri figli, se vogliamo dare loro possibile dobbiamo essere uniti per un uomo in cui crediamo, mio marito Barack Obama''.

  È stata la notte di Michelle, che del resto oggi surclassa in popolarità il marito-presidente, che non fatica ad ammettere: “È lei la vera star della famiglia”. Nessuno (neanche Bill Clinton che parlerà questa sera) poteva riuscire meglio di lei a parlare al cuore degli americani, soprattutto a quello delle donne. La First Lady (una delle più amate della recente storia americana) in questi quattro anni alla Casa Bianca si è sempre tenuta alla larga da polemiche politiche, si è concentrata su battaglie civili (la lotta all’obesità in primis) e tra le donne - di ogni ceto e razza - riscuote i maggiori successi.
  Il finale è il suo personale ‘endorsement’ per il marito. Che sa cosa è il sogno americano “perché l’ha vissuto”. Lei é solo una “mamma in capo”, che quasi commossa conclude: “se vogliamo un mondo migliore per i nostri figli, dobbiamo essere uniti per un uomo in cui crediamo, mio marito Barack Obama”. Se resterà “four more years” alla Casa Bianca il presidente dovrà molto anche a lei.
(05 settembre 2012)

lunedì 3 settembre 2012

L'ex società di Romney sotto inchiesta per elusione fiscale

da www.ilsole24ore.com

Mitt Romney (Ap)Mitt Romney (Ap)
La società di private equity di cui Mitt Romney fu socio fondatore rischia di essere incriminata per reati fiscali. La notizia, diffusa dal sito web del New York Times, rischia di compromettere seriamente la corsa del candidato repubblicano alla Casa Bianca. Una indagine giudiziaria aperta dal procuratore capo di New York Eric Schneiderman riguarda una decina delle più grandi società americane di private equity, tra cui figura la Bain Capital, di cui Romney fu il capo. Si indaga per accertare eventuali abusi della normativa fiscale allo scopo di ridurre i propri pagamenti di imposte di molte centinaia di migliaia di dollari.
Il reato che si configura è quello che in Italia si chiamerebbe elusione fiscale, che negli Usa ha rilevanza giudiziaria. Consulente remunerate "travestite" da partecipazioni al capitale di rischio per evitare la tassazione dei compensi dei soci con l'aliquota sul reddito del 35%, ottenendo quella molto inferiore (15%) sulle plusvalenze in conto capitale. È questa l'ipotesi al vaglio della magistratura.
Tra le società nel mirino della procura ci sono KKR & Co LP, TPG Capital LP, Apollo Global Management LLC e Silver Lake Partners LP. Alcuni manager delle società indagate però, riporta il quotidiano newyorkese, sottolineano i legami di Scheiderman, democratico al primo mandato, con l'amministrazione Obama.
I collaboratori di Romney hanno respinto le accuse. Il candidato repubblicano è stato già al centro di polemiche per la ricchezza personale di 250 milioni di dollari, accumulata per gran parte proprio con la sua attività al vertice della Bain Capital. La società è finita già altre volte nel mirino degli attacchi dei democratici, che sottolineano la natura speculativa di molti investimenti. Il portavoce di Scheiderman, Jennifer Givner, non ha voluto commentare le rivelazioni del quotidiano.

sabato 11 agosto 2012

Mitt Romney ha scelto il suo vice sarà l'ultraconservatore Paul Ryan

da www.repubblica.it

Svolta nella campagna verso le presidenziali del 6 novembre. Il candidato repubblicano schiera nel ticket il parlamentare incaricato da anni di "smontare" le politiche economiche di Obama, l'uomo che ha proposto meno tasse per i ricchi

NEW YORK - L'annuncio ufficiale sarà dato alle 14 (ora italiana) a bordo della portaerei Uss Wisconsin, ma fonti repubblicane anticipano che sarà il parlamentare Paul Ryan il vicepresidente scelto da Mitt Romney per la corsa alla Casa Bianca. La scelta di Ryan, appena 42enne e noto per le posizioni ultraconservatrici, secondo alcuni osservatori rilancerà l'entusiasmo della base repubblicana e potrebbe portare una svolta nella campagna elettorale in vista del voto del 6 novembre prossimo.

La notizia è stata anticipata dal notiziario di 'Nbc News' e dal quotidiano 'Huffington Post', citando fonti riservatissime interne al comitato promotore della campagna elettorale dello stesso Romney, ed è stata poi confermata anche da fonti del partito, rigorosamente anonime. Romney nella serata di venerdì avrebbe telefonato agli altri papabili candidati per ringraziarli e comunicare loro la sua scelta, mentre ha scelto la base di Norfolk e il ponte della Uss Wisconsin, storica portaerei della Marina Usa - attiva dalla Seconda guerra mondiale fino alla missione Desert storm (1991) in Iraq - per dare l'annuncio ufficiale.

Nato il 29 gennaio 1970, a Janesville in Wisconsin, Ryan si è laureato alla Miami University in Ohio, e a soli 42 anni, conta già su una lunga esperrienza in Congresso, dove è stato eletto nel 1999. Presidente della commissione bilancio della Camera ha giocato un ruolo chiave nel mettere a punto le proposte di bilancio dei repubblicani, con modifiche significative al Medicare, il programma di assicurazione medica per coloro che hanno più di 65 anni o rientrano in determinate categorie.

Nel marzo 2012, così come nel 2011, si è fatto promotore della contro-finanziaria repubblicana, per rispondere al budget presentato dal presidente Barack Obama. Una proposta, quella di quest'anno di Ryan, che prevedeva la riduzione a due delle aliquote fiscali, forti tagli alla spesa e una revisione della sanità. Il progetto puntava a ridurre l'imposizione fiscale sulle imprese a un massimo del 25% a fronte del 35% attuale. Ma anche a ridurre le tasse sui più ricchi, abolendo l'Alternative Minimim tax, che fino a oggi ha garantito che i più abbienti pagassero almeno una tassa minima.

Alla fine, Romney ha preferito il grintoso Ryan agli altri possibili candidati per il ticket repubblicano: Marco Rubio, astro nascente del Partito repubblicano, di origine cubana; Rob Portman, wasp e misurato e già collaboratore di Bush padre e figlio; e Tim Pawlenty, l'ex governatore del Minnesota fortissimo nei dibattiti tv.
(11 agosto 2012)

mercoledì 8 agosto 2012

La Corte Suprema non salva Wilson

da www.corriere.it

Giustiziato con un'iniezione letale

Il 54enne disabile mentale giustiziato nonostante il basso quoziente intellettivo. Messi in dubbio i test con cui fu valutato

Marvin Wilson (Ansa)Marvin Wilson (Ansa)
La Suprema Corte non ha salvato Marvin Wilson. Il 54enne afroamericano, condannato a morte per avere ucciso nel 1992 un informatore della polizia, il 21enne Jerry Robert, è stato giustiziato nella notte tra martedì e mercoledì. L'esecuzione è avvenuta nella prigione di Huntsville, in Texas, con un'iniezione letale: Wilson è morto alle ore 18.27 (le 1.27 in Italia). Secondo quanto riferito, le sue ultime parole sono state rivolte alla famiglia: «Abbracciate mia madre e ditele che le voglio bene. Portami a casa Gesù, portami a casa Dio». LA DECISIONE DELLA CORTE - Gli avvocati dell'uomo avevano chiesto la commutazione della pena sulla base del basso livello di quoziente intellettivo di Wilson, 61, nettamente inferiore alla quota 70 considerata soglia per l'infermità mentale. «La corte deve fermare questa esecuzione crudele e incostituzionale di un uomo mentalmente ritardato» era scritto sull'appello per Wilson. Tuttavia la pubblica accusa ha contestato la validità dei test che avevano stabilito il q.i. del condannato e questa linea deve avere prevalso anche tra i giudici dell'alta corte.
Texas, giustiziato disabile mentale

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LA CONDANNA -Wilson era stato condannato nel 1992 per la morte di Jerry Williams, che lo aveva identificato alla polizia come spacciatore di droga. Il suo complice nel crimine, Terry Lewis, è stato condannato all'ergastolo, dopo che la moglie ha testimoniato contro Wilson, riferendo che Wilson le aveva detto di essere stato lui a premere il grilletto. Wilson ha sempre dichiarato di non aver commesso l'omicidio. I PRECEDENTI - Wilson è il settimo detenuto giustiziato dall'inizio dell'anno in Texas, lo stato americano che più fa ricorso alla pena capitale. E non è l'unico caso di pena capitale applicata a un «disabile mentale». A metà luglio era stato giustiziato, sempre con un'iniezione letale, Yokamon Hearn, 34 anni, affetto da sindrome da alcolismo fetale, causata dall'eccesso di alcol ingerito dalla madre in gravidanza.
INCOSTITUZIONALITA' - Eppure giustiziare le persone malate di mente sarebbe incostituzionale negli Stati Uniti. Nel 2002 infatti la Corte Suprema americana ha deciso di vietare l'esecuzione di condannati con disabilità mentali. Nella sentenza, i giudici della Corte hanno però lasciato ai singoli Stati americani la facoltà di stabilire cosa «costituisca disabilità».

venerdì 3 agosto 2012

Obama-Romney, l’America si spacca per generazioni

da rampini.blogautore.repubblica.it

Il 6 novembre la sfida per la Casa Bianca si giocherà forse su un solo dato. E non è il tasso di disoccupazione. A decidere se il prossimo presidente è il repubblicano Mitt Romney, o se Barack Obama conquista un secondo mandato, sarà questa semplice statistica: andranno a votare di più i pensionati o gli studenti? Il gap generazionale è la spaccatura più marcata nell’elettorato americano. Mai nel passato c’era stata una divaricazione così netta nelle preferenze politiche a seconda dell’anagrafe. Lo rivelano un sondaggio e un’inchiesta di Usa Today. Nella vasta e crescente popolazione dei pensionati o vicini alla pensione, cioè gli over-65, il vantaggio di Romney è praticamente incolmabile: il 51% degli anziani lo voterà, mentre solo il 43% vorrebbe rieleggere Obama. Lo scarto di 8 punti è ben al di là di qualsiasi errore statistico, e non è un divario che si possa chiudere facilmente in soli tre mesi, quanti ne restano da qui all’elezione. La netta preferenza per Romney è tanto più significativa, in quanto la destra repubblicana nel suo ardore anti-Welfare ha lanciato un piano di privatizzazione della Social Security (le pensioni pubbliche) che dovrebbe spaventare gli anziani. Ma tra le preoccupazioni degli over-65 domina il debito pubblico: nel sondaggio si dicono convinti che l’eccesso di spesa statale sia insostenibile e rappresenti una minaccia per le loro pensioni.
Un paesaggio politico radicalmente diverso, addirittura rovesciato, lo offre la Millennial Generation, cioè i giovani dai 18 ai 29 anni. Tra loro la preferenza è perfino più marcata: il 61% a favore di Obama contro un modesto 33% che dichiara di voler votare per Romney. E’ una spaccatura che attraversa le famiglie di tutta l’America, e gli autori del sondaggio demoscopico ne hanno raccolto ampie prove. Per esempio il caso di Jack Ireton-Hewitt, 74 anni, impegnato come volontario nella campagna elettorale repubblicana a York in Pennsylvania. Gli unici con cui riesce ad avere una conversazione politica, confessa Ireton-Hewitt, sono le sue due nipoti di 21 e 19 anni. “La sola cosa che conta per loro – lamenta l’anziano militante repubblicano – è che Obama ha ridotto il tasso sui prestiti per l’università”.
L’esempio è importante, perché rivela quanto i due candidati siano consapevoli delle rispettive “constituency” generazionali. Obama ha dedicato un’energia politica e una quantità di tempo notevole per riuscire a far passare la sua riforma dei mutui bancari per i giovani, quelli che in America sono indispensabili per pagarsi gli studi: e il presidente sapeva quel che faceva.
La lacerazione generazione delle’elettorato americano coincide anche con una grande spaccatura valoriale, e riflette inoltre il nuovo paesaggio etnico degli Stati Uniti. Il popolo degli anziani ha ingrossato le fila del Tea Party, il vasto movimento anti-Stato che portò alla vittoria i repubblicani nelle elezioni di mid-term (novembre 2010); mentre era molto giovanile il movimento Occupy Wall Street che un anno fa rilanciò il tema delle diseguaglianze. Quando Obama si è dichiarato favorevole ai matrimoni gay, gli strateghi elettorali del presidente avevano sotto gli occhi questo dato: il 58% dei giovani sono favorevoli alla legalizzazione dei matrimoni omosessuali, contro il 23% degli over-65. In quanto alla composizione etnica: l’America della terza età è ancora una nazione a larga maggioranza bianca, mentre sotto i 30 anni la quota degli ispanici e altre minoranze etniche ha raggiunto ormai il 45%. Sotto questo profilo Obama ha dalla sua il futuro. Con un unico pericolo: gli anziani sono tradizionalmente degli elettori disciplinati, mentre tra i giovani dopo l’entusiasmo del 2008 il tasso di assenteismo può tornare a livelli fisiologici, cioè elevati.

martedì 17 luglio 2012

Usa, la siccità colpisce oltre metà del Paese

da http://www.eilmensile.it/

17 luglio 2012versione stampabile
La siccità negli Stati Uniti si aggrava pericolosamente. Secondo i dati dell’agenzia meteo Noaa (National Oceanic and Atmospheric Administration), il 55 percento degli Stati Uniti (1016 Contee in 26 Stati) sono in una condizione di siccità da moderata a estrema.
Scott Olson/Getty Images
Tra le aree più colpite il Sud-Ovest e il MidWest, dove i raccolti hanno subito ingenti danni, gli incendi stanno distruggendo vaste aree agricole e la mancanza di pioggia sta prosciugando le riserve idriche. Le perdite si traducono in un aumento dei prezzi: il granturco è aumentato del 33 percento, il grano del 23 percento, i semi di soia del 13 percento.
La siccità è il risultato delle temperature elevate di giugno, le più alte degli ultimi cinquant’anni. Oltre l’80 percento degli Stati Uniti è ‘arido in maniera anormale’, riporta la Noaa, sottolineando il fatto che la siccità si è estesa alle Grandi Pianure e all’Ovest del Paese. Giugno è stato il quattordicesimo mese più caldo dagli anni ’50, ovvero da quando sono iniziate le rilevazioni della Noaa. Funzionari del ministero dell’Agricoltura hanno stimato che il 30 percento del raccolto di granturco piantato nei tradizionali 18 Stati a produzione agricola era in condizioni ‘povere’ o ‘molto povere’ alla fine della scorsa settimana.
“La superficie coltivabile si è disseccata, e i raccolti, il foraggio e le aree da pascolo si sono deteriorate a un tasso raramente visto negli ultimi 18 anni”, scrive il rapporto dell’agenzia meteo.
Oltre mille Contee in 26 Stati sono state dichiarate aree colpite da disastro. Secondo la Noaa, questo è l’anno più caldo negli Usa dal 1956. Quello scorso è stato il più caldo da quando viene praticata la moderna misurazione (e conservazione) dei dati e delle temperature, ovvero dal 1895.

lunedì 14 maggio 2012

JP Morgan e il ritorno della malafinanza: non è servito il 2008

da rampini.blogsutore.repubblica.it


I banchieri sono tornati a colpire. Anche se hanno i toni più soft e la maschera suadente di Jamie Dimon (foto sotto), capo di JP Morgan, sono rimasti quelli del 2008. Impuniti, impenitenti, pericolosi come quattro anni fa quando scatenarono la grande crisi. Quella lezione non è servita a niente. Sulle due sponde dell’Atlantico, due disastri paralleli portano di nuovo le impronte digitali dei Signori della finanza. Se la Spagna rischia il default, è perché le sue banche la stanno affondando. Madrid ha dovuto nazionalizzare in fretta e furia la terza banca del paese che stava fallendo (Bankia), ma l’intero settore creditizio traballa paurosamente sotto il peso di oltre 100 miliardi di crediti inesigibili legati alla bolla immobiliare. L’Europa e Angela Merkel continuano a infliggere al governo Rajoy dosi mortali di austerity che peggiorano la recessione e la disoccupazione, mentre il vero male sta altrove: nelle banche. Qui a New York, l’establishment della finanza è recidivo, con gli stessi metodi e la stessa arroganza degli anni pre-crisi. La più grande banca americana, JP Morgan Chase, ha “scoperto” giovedì sera un buco di almeno 2 miliardi di dollari, che potrebbero diventare molti di più. La JP Morgan è un colosso dalle spalle robuste, e anche se il titolo è crollato del 9,3% nella seduta di venerdì, per il momento nessuno evoca la possibilità di un suo fallimento. Tuttavia questa vicenda è allarmante per diverse ragioni. Anzitutto perché il suo chief executive Dimon si era costruito la reputazione del “banchiere più saggio di Wall Street”, avendo attraversato lo tsunami del 2008-2009 con meno danni dei suoi colleghi e concorrenti; al punto che JP Morgan fu l’unico colosso del credito a non dover elemosinare aiuti dall’Amministrazione Obama. Seconda ragione dello sconcerto: l’improvvisa voragine di 2 miliardi è legata a complesse speculazioni sui credit default swaps (Cds). I Cds sono titoli derivati che fungono da polizze assicurative e servono a proteggersi dall’eventualità di bancarotta di una società a cui il banchiere ha prestato soldi, oppure dalla quale ha comprato dei bond (obbligazioni). Gli stessi Cds però possono servire non a scopo precauzionale, bensì per la finalità opposta: una speculazione aggressiva di chi “scommette” sui fallimenti societari. Una storia vecchia? Certo, stravecchia: fu attraverso titoli strutturati di questo tipo che la bolla dei mutui subprime nel 2008 travolse Lehman Brothers e rischiò di mandare in bancarotta la più grande compagnia assicurativa americana, Aig, se a salvare quest’ultima non fosse intervenuto il governo federale e quindi il contribuente americano. Terza ragione di allarme: a che servono le grandi riforme dei mercati finanziari, se siamo già al “remake” delle scorribande speculative del 2008? Del resto in questi quattro anni le “ricadute”, o i comportamenti recidivi, sono già una bella lista: qui a Wall Street abbiamo avuto la bancarotta del fondo Mf Global travolto da puntate speculative sui bond dell’eurozona; a Londra un solo trader ha fatto perdere 2,3 miliardi di dollari alla banca svizzera Ubs. Tutto come prima? Sulla carta, dovrebbe essere impossibile. Soprattutto nel caso della JP Morgan, la quale in virtù delle sue dimensioni colossali è una “vigilata speciale” da parte delle authority di controllo americane. Sul serio. All’interno del quartier generale dove Dimon lavora al 48esimo piano, nell’imponente grattacielo sulla Park Avenue, sono “ospiti fissi” ben 40 ispettori della Federal Reserve Bank of New York, quella succursale della banca centrale che ha diretta competenza su Wall Street. Dunque la JP Morgan ha dei segugi “embedded”, come si suol dire dei giornalisti che vengono inquadrati fra le truppe americane al fronte. Anche loro non hanno visto nulla? E che dire della singola squadra d’investitori che nell’ufficio di Londra ha generato il “buco” di 2 miliardi? Uno di questi trader è già divenuto leggenda: Bruno Iksil detto “lo Squalo di Londra”. Un profano potrebbe immaginarsi che sotto la direzione dello Squalo lavorino centinaia di esperti. Macché: il Chief Investment Office, come viene chiamato all’interno di JP Morgan quel dipartimento, è una minuscola entità. Ci lavorano poco più di una trentina di trader e analisti, su 270.000 dipendenti della banca. Il colmo è che la sua responsabilità istituzionale sarebbe “la copertura del rischio”. Dovrebbe cioè analizzare l’insieme dei rischi che la banca sta correndo in un dato momento per effetto di tutte le sue attività globali, e poi proteggerla da incidenti prendendo delle posizioni compensatrici. Invece il Chief Investment Office sotto la guida dello Squalo, e sotto lo sguardo benevolo e incoraggiante di tutto il top management da New York, si è messo a giocare d’azzardo. Ha cominciato a piazzare sul mercato “titoli strutturati”, composti con credit default swap su indici di varie società Usa (da McDonald’s a General Millas, Alcoa). Quella che doveva essere l’unità di controllo dei rischi, ha cominciato ad assumersi dei rischi in proprio. E crescenti. Se all’epoca pre-crisi nel 2007 l’ufficio di Londra aveva in portafoglio meno di 80 miliardi di dollari di investimenti, l’anno scorso era salito a 356 miliardi. Il chief executive Dimon in persona, ha allargato a dismisura l’autorizzazione a guadagnare o perdere: lo Squalo di Londra aveva carta bianca da Park Avenue per guadagnare – o perdere – fino a 129 milioni ogni giorno. Una licenza di uccidere. Di cui Iksil ha fatto uso ampiamente. Ma sempre con la perfetta consapevolezza dei suoi capi di New York. Questo è importante: non siamo di fronte a un caso di “trader-pirata” come quello che affondò la Société Générale. Dimon non ha potuto tentare di dissociarsi: tutti sapevano che lui sapeva.
In Spagna i banchieri possono trascinare nel default un’intera nazione, scatenando l’effetto domino in tutta l’eurozona. Le banche italiane suscitano diffidenza al punto che la Goldman Sachs si è sbarazzata di quasi tutti i loro titoli per sostituirli con dei Bot. Ma anche in America il “buco” di JP Morgan ha ricadute a cerchi concentrici, che investono il sistema politico. Perché il “banchiere saggio” aveva capitalizzato la sua reputazione, usandola a Washington in modo spregiudicato. E’ qui che bisogna cercare la risposta al quesito: perché i 40 ispettori della vigilanza “infiltrati” in permanenza negli uffici di Park Avenue non hanno impedito l’incidente? Perché non hanno l’autorità per farlo. I controllori della Federal Reserve hanno potuto solo “chiedere spiegazioni” a Dimon, il quale dall’inizio di aprile fino al 10 maggio ha sempre risposto: “Tranquilli, nessun problema, è tutto sotto controllo”. E dove sono le nuove regole varate sotto l’Amministrazione Obama per impedire un “remake” del 2008? Qui si apre un altro giallo, di nuovo con Dimon nella parte del protagonista malefico. In teoria la grande riforma di Obama, che si chiama la legge Dodd-Frank dal nome dei due parlamentari firmatari, stabilisce un principio sano: le maxi-banche, quelle che sono “troppo grosse per fallire” (nel senso che un loro crac avrebbe conseguenze sistemiche e quindi lo Stato sarebbe costretto a salvarle coi soldi del contribuente) non possono più fare speculazione. Non coi capitali propri. Possono sempre agire da intermediari per i loro clienti, piazzare in Borsa i loro ordini, ma questo non comporta rischi per la banca stessa perché è l’investitore a guadagnare o perdere. Dunque la regola del “too big to fail” (troppo grande per fallire) ha come corollario il divieto del “proprietary trading” (trading effettuato con mezzi propri). Quest’ultimo viene anche chiamato la Regola Volcker, perché a battersi strenuamente per questo limite è stato l’ex governatore della Fed Paul Volcker, lui sì un grande saggio della finanza. Ma da quando la Dodd-Frank è stata approvata, Dimon ha lavorato ai fianchi di Washington per svuotarla. Poiché la legge Dodd-Frank definisce le linee generali, ma poi va riempita di contenuti attraverso regolamenti attuativi, per lo più di competenza delle authority, Dimon si è adoperato per “allargare” l’interpretazione fino a stravolgerla, vanificarla. Sfruttando proprio la sua fama di prudenza, e il fatto di essere il banchiere meno macchiato dalla crisi del 2008, Dimon ha distribuito milioni di dollari ai suoi lobbisti di Washington perché facessero pressione sui parlamentari. L’argomento forte, che Dimon ha ripetuto a una cena privata di pochi giorni fa: “Se c’impedite di fare investimenti a copertura del rischio, la nostra attività sarà penalizzata e i nostri bilanci ne soffriranno”. Dimon non ha esitato ad accusare di “incompetenza” un patriarca rispettato come Volcker. Ha trovato alleati in alcune zone dell’Amministrazione pubblica come il Dipartimento del Tesoro, pieno zeppo di ex-banchieri di Wall Street. I suoi migliori alleati del partito repubblicano hanno letteralmente strangolato gli organi di vigilanza, negandogli fondi per il funzionamento. Una memorabile battaglia della destra impedì la nomina di Elizabeth Warren, paladina dei risparmiatori, alla testa della nuova authority per i controllo sui prodotti finanziari. “Alla fine – commenta il senatore democratico Carl Levine – tutti quegli sforzi hanno allargato le maglie interpretative della legge, al punto che ci può passare in mezzo un Tir”.
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