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domenica 21 agosto 2011

Torna l’economia-vudù (aiuto!)

Articolo tratto da "Estremo Occidente" di Federico Rampini (http://rampini.blogautore.repubblica.it)

220px-Official_Portrait_of_President_Reagan_1981220px-Herbert_HooverLa nuova economia-vudù: è il revival della

"reagonomics" o "economia dell'offerta" nella destra repubblicana: è

l'idea che dimagrire lo Stato, ridurre le tasse ai ricchi e alle

imprese è un toccasana, perché il benessere "rifluisce" dall'alto verso

il basso.

(A battezzarla "economia vudù" non fu un democratico bensì Bush padre)

La verità è che questa ideologia non risale

a Ronald Reagan bensì a Herbert Hoover, il presidente che ebbe una

responsabilità cruciale nella Grande Depressione, e che la destra non

ha mai ripudiato. "Quali costi pagherebbero gli americani, se dovesse

tornare di moda il pensiero di Hoover?" si chiede il Washington Post.

Perché una seconda recessione ci fa ancora più paura della prima?

Lo spiega il direttore di Fortune, Allan Sloan: questa volta ci

sentiamo ancora più vulnerabili perché i governi hanno fatto fiasco

nelle terapie contro la prima recessione, e oggi all'origine della

ricaduta ci sono proprio loro, gli Stati, che dovrebbero essere la

nostra ultima linea di difesa.

Ma lo statalismo spunta dove meno te l'aspetti: è tutta dovuta ad

assunzioni nel pubblico impiego la crescita economica del Texas, lo

Stato del candidato repubblicano alle presidenziali Rick Perry che si

presenta come un radicale di destra.



venerdì 19 agosto 2011

Rischio recessione come nel ‘37: causata da errori politici

Articolo tratto da "Estremo Occidente" di Federico Rampini (http://rampini.blogautore.repubblica.it)

Dalla manovra Berlusconi-Tremonti a quella di Nicolas Sarkozy, fino ai tagli di Barack Obama: stiamo per “rifare un 1937”? L’allarme viene lanciato da due premi Nobel dell’Economia, Paul Krugman e Joseph Stiglitz, più un ex ministro economico di Bill Clinton, Robert Reich, e l’ex consigliera di Obama Christina Romer: i governi occidentali sposando all’unisono la linea del rigore di bilancio accelerano la ricaduta nella recessione. Infliggere tagli di spesa e aumenti di tasse a un’economia già debole, è la ricetta sicura per una catastrofe. Fu proprio questo l’errore più grave di Franklin Delano Roosevelt (foto)220px-FDR_in_1933, la lezione del 1937: in quell’anno il presidente del New Deal credette di avere debellato definitivamente la Grande Depressione e cambiò segno alle sue politiche economiche, tagliando le spese e alzando il prelievo fiscale. Il 1937 segnò la ricaduta in una recessione grave. Una lezione dimenticata, salvo che da pochi esperti: tutti sanno cos’è stato il 1929, l’anno del crac di Wall Street che segnò l’inizio di una crisi decennale, mentre il 1937 non è un anno-simbolo noto alla cultura di massa. Faremmo meglio a cominciare a studiarlo? Il New York Times dà voce a un esperto di quell’epoca, lo storico della Grande Depressione Robert McElvaine. “Analogie e parallelismi con quanto accade oggi sono forti – dice McElvaine – perché allora come oggi i governi dovevano decidere se e quando invertire le politiche di spesa e di moneta facile usate per combattere la crisi iniziale”. Perfino la Federal Reserve, la banca centrale americana, ha deciso di pubblicare uno studio intitolato “La recessione del 1937, una parabola istruttiva”. Elaborato dall’economista François Velde di Chicago, il rapporto della Fed si apre constatando che “la recessione del 1937 è una lezione da meditare, interruppe brutalmente la ripresa dopo la Grande Depressione del 1929-33”. Lo stesso presidente della Fed, il banchiere centrale Ben Bernanke, si è fatto le armi all’università studiando la Grande Depressione.

Gli avvenimenti della scorsa settimana, in rapida successione, hanno visto susseguirsi la paralisi politica a Washington per lo scontro Obama-Congresso sul debito, il downgrading degli Stati Uniti, i timori sulla solvibilità di diversi Stati membri dell’eurozona, tracolli di Borsa seguiti da recuperi mozzafiato (ma con un saldo netto negativo). Le analogie con il 1937 sono numerose. Allora l’indice Dow Jones della Borsa di New York cadde del 49% in un anno rispetto ai suoi massimi. La produzione industriale ebbe un crollo del 37%. La disoccupazione salì dal 14% al 19%. La debolezza della domanda di consumo portò a una discesa generalizzata dei prezzi: il fenomeno della deflazione.

A lanciare l’allarme sul rischio di “rifare il 1937” non sono solo autorevoli economisti di sinistra (Krugman, Reich, Stiglitz) ma anche delle voci molto ascoltate a Wall Street: come David Bianco che è il capo delle strategie d’investimento di Bank of America-Merrill Lynch, la più grossa banca Usa. Secondo Bianco le probabilità che l’economia americana ricada in una recessione sono salite all’80%. “La fiducia è scossa, sta cadendo molto velocemente”, dice Bianco. La somiglianza principale con il 1937 riguarda proprio il segno della politica economica dei governi. Fino a quell’anno, Roosevelt aveva adottato delle politiche fortemente espansive, il cui simbolo più noto sono le grandi opere pubbliche lanciate all’insegna del New Deal. La strategia rooseveltiana ricalcava la teoria dell’economista britannico John Maynard Keynes: quando la crescita è paralizzata per mancanza di domanda (consumi, investimenti), allora lo Stato deve svolgere un ruolo di supplenza, deve intervenire con le sue spese a riempire il vuoto di domanda privata, senza preoccuparsi dei deficit. Roosevelt aveva anche inaugurato un “cantiere sociale”, la costruzione del primo sistema previdenziale garantito dallo Stato a tutti gli americani (Social Security), un pilastro del Welfare fino ad oggi. Per effetto delle sue manovre energiche di spesa pubblica, il debito federale degli Stati Uniti era aumentato dal 16% del Pil nel 1929 al 40% del Pil nel 1936 (ancora basso rispetto ai livelli attuali, ma la progressione rispetto al punto di partenza era stata formidabile). La ricetta keynesiana applicata da Roosevelt aveva funzionato: tra il 1933 e il 1936 la crescita americana era ripartita alla grande, con tassi di aumento del Pil del 9% annuo, che oggi diremmo “cinesi”. Ma nel 1937 gran parte della classe politica americana – repubblicani e democratici – incitava il presidente a togliere il piede dal pedale dell’acceleratore. Avendo ritrovato la crescita, era ora che l’Amministrazione si occupasse di rimettere in ordine i conti pubblici. Roosevelt cedette a quelle pressioni, proprio come Obama ha dovuto scendere a patti con la destra che oggi ha la maggioranza alla Camera. Improvvisamente la Casa Bianca cambiò le sue priorità. Nel 1937 decise di tagliare di colpo le spese pubbliche, interrompendo molti programmi del New Deal. Aumentò le tasse, istituendo anche un’addizionale per la Social Security. Il gettito fiscale aumentò in misura spettacolare, del 66% in un anno. Una stangata senza precedenti, anche se con elementi di equità sociale molto pronunciati: l’aliquota sui redditi oltre un milione di dollari salì dal 59% al 75% (mentre nell’America di oggi, grazie a George Bush, è al 35%). L’effetto sull’economia reale fu immediato e nefasto: l’America ripiombò di colpo nelle sofferenze della Grande Depressione. Ne sarebbe uscita solo due anni dopo, e forse per il contributo decisivo dato dal boom delle spese militari nella seconda guerra mondiale.

Non tutti danno la stessa interpretazione di quella fatidica annata, il 1937. Anche in questo caso c’è una lettura di sinistra e una di destra. I repubblicani, rispolverando le opere del loro profeta Milton Friedman, sostengono che la vera colpevole della ricaduta fu la Fed: la banca centrale avviò una stretta monetaria per paura dell’inflazione, le banche razionarono il credito. Se anche fosse vero, la Fed di oggi è al riparo da questa accusa. La banca centrale americana, come la sua consorella Bce, mantengono dei tassi d’interesse molto bassi. La Fed ha promesso ai mercati che terrà addirittura il “tasso zero” fino al 2013; la Bce ha avviato la settimana scorsa acquisti di titoli pubblici italiani e spagnoli, che oltre a combattere la paura del default hanno come effetto la creazione di liquidità. Dunque, almeno i banchieri centrali non stanno operando contro la ripresa, non è colpa loro se “rifacciamo il 1937”.

Gli studiosi più autorevoli della Grande Depressione sono comunque convinti che il 1937 ebbe un’altra causa. “E’ chiaro – dice McElvaine – che la causa della ricaduta in recessione furono i tagli di spesa decisi anzitempo da Roosevelt”. Un’altra esperta di quel periodo storico è Christina Romer, che oggi è tornata a insegnare all’università di Berkeley dopo essere stata alla guida del Council of Economic Advisors, il gruppo di economisti consiglieri di Obama. “Dopo una crisi economica – dice la Romer – è forte la voglia di dichiarare vittoria e tornare alla normalità. Ma bisogna resistere a quella tentazione”. In realtà la Romer ha lasciato la Casa Bianca perché la sua linea è stata sconfitta dai “rigoristi”. Quasi nessuno oggi nel ceto politico americano vuole ascoltare i moniti sulla lezione del 1937. Da quando nell’opinione pubblica ha iniziato a soffiare il vento di destra del Tea Party, le parole d’ordine sono “dimagrire lo Stato”. La sinistra democratica accusa Obama di essere un leader debole, troppo incline al compromesso con l’avversario. Ma chi invoca l’esempio di Roosevelt – riesumato da molti progressisti come “l’anti-Obama” – dimentica che il padre del New Deal era un pragmatico, pronto a cambiare le sue politiche. Anche troppo, come dimostra l’errore fatale del 1937. La destra repubblicana ha dalla sua un argomento forte: il “New Deal di Obama”, oltre 700 miliardi di spesa pubblica varati nel gennaio 2009 per sostenere la crescita, non ha impedito un tasso di disoccupazione del 9%. La spesa pubblica ha perso l’efficacia che aveva ai tempi di Roosevelt, quando si partì da livelli di debito molto più bassi? A sinistra i Krugman, Stiglitz e Reich, così come la Romer, sostengono l’esatto contrario: lo stimolo alla crescita varato nel 2009 fu insufficiente, e oggi ce ne vorrebbe un altro. Su Obama, così come su tutti i governanti europei che stanno facendo scelte analoghe, pesa anche il vincolo dei mercati. Dal downgrading di Standard & Poor’s fino ai sussulti di paura su Italia e Francia, l’opinione dominante era che i mercati chiedessero austerità e tagli ai deficit. Poi improvvisamente sulle Borse si è allungata minacciosa l’ombra del “double dip”, il doppio tuffo nella recessione. Il dilemma attuale se siano più urgenti le stangate fiscali, o la lotta alla disoccupazione, non dovrebbe comunque essere lasciato al giudizio dei mercati finanziari.

sabato 6 agosto 2011

Debito Usa, S&P abbassa il rating Vertice telefonico dei G7

Articolo tratto da "la Repubblica" (http://www.repubblica.it)

Decisione storica dell'agenzia di rating che abbassa la valutazione ad a AA+. I titoli di stato americani perdono la massima valutazione per la prima volta nella storia: "Piano di risanamento non adeguato". Ma per il tesoro Usa c'è un errore di 2000 miliardi. La Cina chiede subito la soluzione dei problemi: "Finiti i giorni in cui zio Sam poteva sperperare". Governatori e ministri delle Finanze in conference call sulla crisi

NEW YORK - Per la prima volta nella storia, il debito sovrano degli Stati Uniti subisce un abbassamento del rating ad opera di Standard & Poor's. La valutazione AAA è stata abbassata di un gradino, a AA+, con un outlook che rimane negativo. La decisione è arrivata per "i rischi politici" che derivano dall'insufficienza degli interventi sul debito. "Il piano di risanamento - scrive S&P - non è adeguato a quanto sarebbe necessario per stabilizzare nel medio-termine il debito. L'efficacia, la stabilità e la prevedibilità della politica americana si è indebolita in un momento" in cui le sfide fiscali ed economiche aumentano. Un altro taglio, spiega ancora l'agenzia, potrebbe maturare nell'arco dei prossimi 12 o 18 mesi in mancanza di "correzioni solide".

Immediata la reazione della Cina che condanna la "miope" disputa politica avutasi negli Usa sul debito. "La Cina, il più grande creditore dell'unica superpotenza mondiale, ha tutto il diritto - si legge in un durissimo commento diffuso dall'agenzia Nuova Cina - di chiedere oggi agli Stati Uniti la soluzione dei problemi di debito strutturali e garantire la sicurezza degli asset cinesi denominati in dollari".

La decisione era nell'aria da tempo, nonostante l'accordo sul tetto del debito degli Stati Uniti faticosamente raggiunto e divenuto legge martedì scorso. Ma lo scenario che si apre è ancor più confuso, e per mettere a punto una strategia i ministri finanziari e i governatori delle banche centrali dei paesi del G7 terranno oggi una riunione telefonica per discutere delle misure volte a stabilizzare la volatilità dei mercati innescata dai timori sul debito europeo. La proposta, secondo quanto riporta l'agenzia Dow Jones citando fonti finanziarie della giapponese Jiji Press, sarebbe partita dalla Francia.

E proprio il clima di confusione e tensione fra leader repubblicani e democratici al Congresso che ha preceduto l'accordo sul tetto del debito avrebbe indotto S&P al downgrade dalla AAA, il massimo, alla AA+. "L'innalzamento del tetto del debito è arrivato troppo tardi", ha detto John Chambers, presidente del comitato di valutazione di S&P: "Se fossero intervenuti prima, il rating non sarebbe stato abbassato".

L'annuncio è arrivato al termine di uno scambio con il Tesoro americano che, avendo esaminato in anticipo la bozza della decisione, ha trovato errori per almeno 2000 miliardi di dollari. L'agenzia ha inviato la bozza della decisione al Tesoro alle 13.30, le 19.30 italiane. Gli economisti l'hanno esaminata e hanno trovato errori nel modo in cui S&P teneva conto dei dati delle spese discrezionali del Congressional Budget Office, l'organismo indipendente incaricato di fornire analisi agli eletti. Il Tesoro ha replicato alle 16, le 22 italiane, e S&P ha confermato il downgrade alle 20.20, ore 2.20 italiane.

Una decisione senza precedenti. È la prima volta nella Storia che gli Usa si vedono ridurre il grado di affidabilità da una delle tre principali agenzie di rating, affidabilità che ora è inferiore a quello della Germania, della Francia o del Canada. Secondo gli analisti, la decisione di Standard & Poor's potrebbe avere un effetto più psicologico che pratico. Moody's e Fitch hanno mantenuto il rating di tripla A per gli Stati Uniti e il downgrade di una sola agenzia è più gestibile. Ma il taglio del rating potrebbe avere ripercussioni su aziende e Stati a rischio downgrade, per i quali i costi di finanziamento potrebbero salire. La maggiore preoccupazione è verificare se la decisione avrà un impatto sull'appetito degli investitori esteri per il debito americano. Nel 1945 i creditori esteri detenevano solo l'1% del debito americano, ora ne controllano il 46%.

La presa di posizione della Fed. Il downgrade di Standard & Poor's non cambia le operazioni condotte tramite la finestra del tasso di sconto della Fed e le operazioni a mercato aperto. Lo ha comunicato la Fed, sottolineando che il downgrade non ha implicazioni sul trattamento dei titoli di stato americani, Treasury, usati dalle banche.

La posizione della Cina. La Cina, il maggior paese creditore degli Stati Uniti, aveva accolto con freddezza l'adozione del piano per evitare il default Usa, denunciando il protrarsi del problema dell'enorme debito sovrano. "I giorni in cui lo zio Sam, piegato dai debiti, poteva facilmente dilapidare quantità infinite di prestiti stranieri sono ormai contati", si legge nel comunicato di Nuova Cina. La cancellazione della tripla A per gli Stati Uniti è "un ammonimento", scrive Nuova Cina nel suo severo giudizio sullo stato delle finanze americano. L'agenzia di rating cinese Dagong, che non ha la stessa credibilità delle sue concorrenti anglossassoni, ha anch'essa abbassato il suo giudizio da A+ ad A con una prospettiva negativa.

(06 agosto 2011)