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lunedì 13 giugno 2011

Nasce internet-ombra per i dissidenti il piano di Obama contro i dittatori

Articolo tratto da "La Repubblica" (http://www.repubblica.it)

Washington finanzia un progetto di reti parallele per telefonia e Wifi. Tecnologia contro la censura: è la strategia studiata dopo la rivolta in Egitto. Il primo obiettivo è il sostegno agli oppositori dei regimi in Iran, Siria e Libia

dal nostro corrispondente FEDERICO RAMPINI
NEW YORK - Sembra un incrocio tra James Bond, la fantascienza di Philip Dick, e WikiLeaks: una banale valigetta, con dentro computer portatili e telefonini, capace di by-passare i server Internet. Sembra un incrocio tra James Bond, la fantascienza di Philip Dick, e WikiLeaks: una banale valigetta, con dentro computer portatili e telefonini, capace di by-passare i server Internet, attivare reti di comunicazione parallele che resistono ad ogni blackout di regime e censura di Stato. È un progetto che nasce con l'avallo autorevole di Barack Obama. L'hanno chiamata "Operazione Internet Invisibile", o anche "la Rete-ombra". È dai tempi della guerra fredda che l'America non progettava un'offensiva clandestina così ambiziosa e a vasto raggio. Stavolta però non c'entra la Cia, e al posto di generali golpisti gli alleati stranieri da aiutare sono dissidenti pacifici e disarmati.

Obama e Hillary Clinton tengono fede alla promessa di usare le nuove tecnologie a sostegno dei movimenti antiautoritari: dal mondo arabo ai militanti cinesi per i diritti umani. Ma nessuno immaginava che dietro i proclami ufficiali di Washington si stesse muovendo una miriade di esperti in tecnologie, giovani hacker, in grado di montare già oggi raffinate operazioni anti-censura. Una Santa Alleanza in nome delle rivolte democratiche unisce la Casa Bianca e un esercito di giovani esperti auto-definitosi "movimento delle tecnologie alternative", fino a ieri più
vicino a Julian Assange che al governo di Washington. A rivelarlo è uno scoop del New York Times, risultato di mesi di lavoro, interviste e "soffiate" da alcune gole profonde che collaborano con il Dipartimento di Stato. La stessa Clinton conferma indirettamente al New York Times queste rivelazioni. "Sempre più numerosi - dice il segretario di Stato - sono coloro che nel mondo intero usano Internet, i cellulari e altre tecnologie per far sentire le loro voci, protestare contro le ingiustizie. È una storica opportunità, un cambiamento positivo, che l'America deve sostenere. Perciò stiamo facendo il possibile per aiutarli a comunicare tra loro, con le loro comunità, e con il mondo intero".

Centinaia di milioni di dollari sono stanziati per finanziare la versione aggiornata al XXI secolo di quel che erano la Voice of America o Radio Free Europe prima della caduta del Muro di Berlino. Non è una novità che gli Stati Uniti aiutino i dissidenti democratici, in passato avevano messo a disposizione degli attivisti umanitari cinesi dei software che consentono di navigare online dissimulando la propria identità. Ma l'"Internet Invisibile" apre una dimensione nuova. Il progetto è più ambizioso di tutti i precedenti perché punta ad aggirare i server di Stato, l'Internet che usiamo tutti i giorni, che può essere manipolato, controllato, perfino "chiuso" da governi autoritari. La necessità di costruire delle Reti parallele, clandestine e non individuabili, per gli americani è nata anzitutto nel teatro di guerra afgano. Perfino in un paese arretrato come l'Afghanistan, gran parte della popolazione ormai comunica con i cellulari. Ma le "torri" dei ripetitori usate per la telefonìa mobile sono un bersaglio facile per i talebani, che riescono a sabotarle o a prenderne il controllo. Così è partito il primo progetto di reti mobili alternative, invisibili e difficilmente attaccabili, con un budget di ricerca di 50 milioni dal Pentagono.

La sua applicazione al servizio della "primavera araba" è recente. Washington ha visto Hosni Mubarak entrare in azione con un blackout generale di Internet, negli ultimi giorni della dittatura. Di colpo le armi usate dai giovani di Piazza Tahirir, cioè Facebook e Twitter, rischiavano di essere inutilizzabili. È lì che la Casa Bianca e il Dipartimento di Stato hanno messo assieme quella che il New York Times descrive come "un'improbabile alleanza di diplomatici, ingegneri militari, giovani informatici e dissidenti da una dozzina di paesi diversi" per cooperare al grande progetto. Tra i protagonisti c'è Sascha Meinrath, direttore della Open Technology Initiative, un'autorità fra i teorici della "liberazione attraverso le tecnologie". Con lui collaborano lo hacker Thomas Gideon, e un esperto di sicurezza contro i cyber-attacchi, Dan Meredith. La media di età non supera i trent'anni. Si ritrovano in un anonimo palazzo di uffici sulla L Street di Washington, e lavorano alla costruzione di un "mesh network", o tecnologia "reticolare", che sfrutta la potenza di gadget diffusi e decentrati per mettere "in rete" comunicazioni che by-passano l'Internet tradizionale.

La valigetta 24 ore con laptop e cellulari che consente di costruirsi un "Internet fatto in casa, portatile", è una delle creature di questo progetto. Collin Anderson, 26enne ricercatore delle "tecnologie della liberazione" del North Dakota, specialista dell'Iran, ha cominciato ad appassionarsi a questa sfida nel 2009, quando Teheran dimostrò di poter chiudere l'accesso a Internet durante le rivolte popolari contro i brogli elettorali. "Quell'episodio - spiega Anderson - ha dimostrato che non basta padroneggiare Facebook e YouTube, bisogna avere canali alternativi, che circumnavigano gli snodi di comunicazione e saltano direttamente fuori dal paese". Un altro progetto finanziato dal Dipartimento di Stato usa la tecnologia Bluetooth per trasmettere immagini - per esempio della repressione poliziesca contro una protesta - saltando direttamente da un telefonino all'altro senza usare le reti telefoniche di Stato, bensì sfruttando un "network civico fidato", parallelo. La valigetta portatile, con tanto di manuale per l'uso tradotto in decine di lingue per non addetti ai lavori, include microantenne Wifi, chiavette e cd con software per crittare le comunicazioni, cavi Ethernet. Un solo pc basta a governare l'intero sistema. "Sarà una sfida per qualsiasi governo, riuscire a controllare un sistema così", dice Aaron Kaplan, un esperto austriaco di cyber-sicurezza.

(13 giugno 2011) © Riproduzione riservata

lunedì 6 giugno 2011

Stati Uniti, la fabbrica delle «bolle»

Articolo tratto da "Il sole 24 ore" (http://www.ilsole24ore.com)

Il gruppo Ardagh, società di packaging irlandese, il vero pacco l'ha rifilato agli investitori. A metà maggio è infatti riuscita a vendere a fondi americani ed europei un prestito obbligazionario che definire rischioso sarebbe riduttivo: il bond ha un rating da quasi-insolvenza (Caa1/B-), è emesso da una società irlandese (dunque ha anche un elevato rischio-Paese) e per contratto non paga interessi in contanti. Eppure grazie a un rendimento dell'11,13%, in fondo neppure così elevato data l'estrema rischiosità, il gruppo Ardagh è riuscito ad attirare l'interesse di così tanti investitori che ha potuto addirittura aumentare l'importo dell'offerta. Insomma: fondi e banche hanno aderito con gioia a questo collocamento obbligazionario. Per un motivo banale: hanno troppi soldi. La politica monetaria di molte banche centrali, a partire dalla Federal Reserve americana, ha "creato" così tanta liquidità che gli investitori non sanno più dove metterla. La investono ovunque: in titoli sicuri, rischiosi o da spericolati. Tutto va bene. Anche i pacchi di Ardagh.

La fabbrica delle bolle
Ardagh può essere forse l'emblema della grande speculazione. Ma in realtà di bolle ce ne sono potenzialmente tante altre. C'è quella sui titoli di Stato Usa: il rischio degli Stati Uniti aumenta, ma i rendimenti dei T-Bond sono sui minimi. È un paradosso, ma banche e fondi se li strappano di mano come fossero d'oro. Per non parlare dell'oro, quello vero: le sue quotazioni viaggiano sui massimi storici. Insieme a quelle dell'argento. E che dire di Wall Street? L'economia americana fatica a smaltire i postumi della crisi, ma la Borsa di New York vola, con rialzi di oltre il 20% dall'estate scorsa. E il primo social network che si quota, cioè Linkedin, viene accolto con un +109% il primo giorno, salvo sgonfiarsi dopo. Ci sono poi bolle in vista sui Paesi emergenti. Perfino le obbligazioni legate ai mutui Usa, quelle fino a poco tempo fa definite «tossiche», sono tornate a stuzzicare l'appetito degli investitori.
Se si parla con gli operatori, tanti trovano giustificazioni per ognuno di questi mercati. Le azioni? Sono ancora sottovalutate – dicono – dunque è giusto comprarle. I titoli di Stato Usa? Scontano un prolungato periodo di tassi bassi – affermano – e dunque è sensato acquistarli. I corporate bond? Hanno un valore relativamente attraente rispetto ai dividendi delle azioni – aggiungono – e dunque offrono buone opportunità. I paesi emergenti? Sono il futuro e dunque è corretto puntare su di loro. Tutte queste spiegazioni hanno dei fondamenti di validità, certo. Ma ricordano un po' troppo le tante giustificazioni che a fine anni '90 si davano per spiegare il rialzo dei titoli hi tech.
La realtà, forse, è un'altra. Se si guarda l'andamento di tutti questi mercati (nel grafico a fianco), si scopre infatti che il fattore scatenante del grande rally generalizzato è probabilmente uno solo: l'inondazione di liquidità da parte della Federal Reserve (anche attraverso il cosiddetto quantitative easing che ora sta per terminare) e delle altre banche centrali. In due anni la Fed ha aumentato la base monetaria negli Usa del 198%. I grandi investitori e le grandi banche hanno disponibilità immensa di denaro a bassissimo costo (basta prenderlo in prestito negli Usa dove i tassi sono a zero), per cui qualunque investimento risulta nel breve periodo conveniente. L'aspetto triste è che questa inondazione di liquidità ha creato tanta speculazione ma non ha ancora dato una scossa all'economia reale e all'occupazione. Insomma: la politica monetaria ultra-espansiva per ora ha fatto felici banchieri e speculatori, non ancora i cittadini.
Guadagni nel breve, rischi nel lungo
Markus Brunnermeier, docente alla Princeton University ed esperto di crisi, vede molteplici segnali premonitori: «La crescente correlazione tra i prezzi delle materie prime, energia compresa, è segno di attività speculativa». Ancora: «Gli hot money, i flussi di capitale di breve periodo, sono un problema irrisolto per i mercati emergenti», che gonfiano le quotazioni dei loro bond e delle loro Borse. A Wall Street considera più difficile gridare agli eccessi, ma non li esclude. Anche Mickey Levy, capoeconomista di Bank of America e uno dei grandi guru americani di politica monetaria, ha le proprie riserve. Non è mai stato un fautore delle ultime manovre di Bernanke sulla liquidità. «Hanno aiutato ben poco l'economia reale – dice –. E senza il quantitative easing il mercato azionario non sarebbe agli attuali elevati livelli». Levy invita tuttavia alla cautela nel lanciare allarmi sui mercati. «Credo che in termini di prezzi non ci siano nell'insieme enormi eccessi, del tutto slegati dalle condizioni di fondo».
Può darsi. Il problema della grande speculazione sta nel lungo termine: cosa accadrà quando, tutti insieme, gli investitori decideranno che è ora di finirla? Cosa accadrà quando il denaro, anche negli Usa, inizierà a non costare più zero? Il professor Markus Brunnermeier teme proprio questo: che prima o poi «qualcosa vada storto». Una bufera sui mercati emergenti, problemi in Cina come in Germania o sul debito europeo: qualcosa che inneschi in un clima già teso gravi reazioni a catena. Negli ambienti finanziari Usa va di moda una sigla: IBG. È l'acronimo di «I'll be gone». Tradotto: per ora speculo, intanto quando tutto inizierà a crollare «io me ne sarò già andato». Il problema è che lo pensano in tanti: immaginate cosa accadrà quando tutti «se ne andranno»...

Articolo completo (con in più "La bolla della satira"): http://www.ilsole24ore.com/art/notizie/2011-06-05/stati-uniti-fabbrica-bolle-081229.shtml?uuid=AaQy4HdD