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lunedì 17 gennaio 2011

Usa e Cina, la sfida dei giganti per rilanciare l'economia del pianeta

Articolo tratto da Repubblica (http://www.repubblica.it):

Si apre domani sera a Washington la visita del presidente cinese. Quaranta anni dopo la diplomazia del ping pong, Hu Jintao porta nella Casa Bianca di Obama miracoli e ombre

dal nostro corrispondente FEDERICO RAMPINI NEW YORK - Il 47% degli americani è convinto che il sorpasso del Pil tra Cina e Stati Uniti sia già avvenuto. Il risultato dell'autorevole sondaggio annuo Pew Research è rivelatore. In realtà nelle proiezioni più ottimiste l'economia cinese non raggiungerà le dimensioni americane prima del 2018 (altri rinviano lo storico aggancio verso il 2030). Ma le percezioni contano, e di percezioni è fatto questo G2, il vertice sino-americano che si apre domani sera a Washington con una cena privata. I due padroni del mondo: che piaccia o no a Barack Obama e Hu Jintao, così li considerano le loro opinioni pubbliche, e le altre nazioni. Quella visione dei due padroni, per quanto controversa, rende perfettamente il percorso storico che ha cambiato i connotati del mondo.

Questa visita coincide con il quarantesimo anniversario della "diplomazia del ping pong", quando le due nazionali di tennis da tavolo furono usate nel 1971 come apri-pista per il primo incontro diretto tra Richard Nixon e Mao Zedong nell'anno seguente: la Cina di allora era un gigante povero, sempre minacciato dalle carestie, utile all'America solo come contrappeso politico-diplomatico all'Unione sovietica.

Per ritrovare la precedente visita di Stato del presidente cinese a Washington rispetto a quella di domani sera, bisogna risalire al 1997 con Jiang Zemin ricevuto da Bill Clinton: la Cina era già in piena modernizzazione, ma mancavano ben quattro anni al suo ingresso nell'Organizzazione del commercio mondiale, il suo impatto nella globalizzazione era modesto, e proprio in quell'anno doveva difendersi dal contagio della crisi finanziaria asiatica.
Oggi ci sembra lontano perfino il 2006, quando Hu Jintao fu ricevuto (ma non col rango della visita di Stato) da George Bush.

L'America pre-recessione era ben più sicura di sé. Al punto da infliggere al ospite, per pura sbadataggine, diverse offese di protocollo: l'insufficiente servizio d'ordine alla conferenza stampa consentì una mini-manifestazione di protesta di Falun Gong; poi l'inno nazionale fu attribuito alla Republic of China che è il nome ufficiale di Taiwan. Errori che l'Amministrazione Obama non ripeterà certo: oggi un vertice sino-americano è preparato con ben altra cura. Hu rappresenta un paese che ha sfondato i 250 miliardi di dollari di attivo commerciale annuo con gli Stati Uniti nel dicembre 2010. Il 21% di tutti i debiti esteri del Tesoro Usa sono detenuti da Pechino, per un totale di 850 miliardi. E la banca centrale cinese con 2.850 miliardi nelle sue casse (la massima parte in dollari) ha il 25% delle riserve valutarie mondiali. Il peso dell'ospite lo si misura dalla lotta senza quartiere che si è scatenata per un "posto a tavola" nella cena di Stato alla Casa Bianca. Tutti i chief executive delle banche di Wall Street stanno facendo da settimane un lobbying forsennato per essere inclusi tra i Vip che "assisteranno alla storia". Hu da parte sua ha risposto con un gesto molto "imperiale": al primo posto nella lista degli invitati che spettano a lui, ha messo i sindaci di San Francisco e Oakland, i primi due sino-americani a governare due metropoli Usa.

L'idea del G2 non ha più quel fascino bonario e ingenuo che le fu attribuito all'inizio della presidenza Obama, quando prevaleva l'ottimismo della volontà. Oggi nessuno vede come realistico un "direttorio" a due che risolve tutti i problemi del pianeta. Le differenze, di interessi e di valori, sono troppo grandi. Ciò non toglie nulla alla centralità del loro rapporto: quando è produttivo, quando è conflittuale, quando è nello stallo, è sempre e comunque il più rilevante di tutti.

L'economia resta il dossier più corposo. Su questo terreno la definizione dei padroni del mondo non è esagerata. Il segretario al Tesoro Tim Geithner prevede che "al massimo in dieci anni la Cina avrà scalzato l'Europa come principale partner commerciale degli Stati Uniti". A Washington il Fondo monetario vede un 2011 dominato da due motori di sviluppo: da una parte i paesi ex-emergenti tra i quali la Cina ha una leadership indiscussa; d'altra parte gli Stati Uniti che si avviano verso una crescita del Pil doppia rispetto all'eurozona. Geithner preme per una più sostanziosa rivalutazione del renminbi, la moneta cinese che oggi gode di una "sotto-valutazione competitiva". Ammette che Pechino ha mantenuto una parte delle promesse: "In termini reali il renminbi si è rivalutato del 10% annuo". I timori americani però si stanno spostando altrove. Anzitutto sul sistematico saccheggio della proprietà intellettuale da parte dei cinesi. Secondo i termini usati da un'indagine del Congresso, "perfino i ministeri di Pechino fanno ricorso regolarmente a software pirata, rubato dalle aziende informatiche Usa senza pagare i copyright".

Un altro coro di lamentele riguarda il livello dei sussidi di Stato erogati da Pechino alle sue aziende, falsando la concorrenza con gli stranieri. I casi più clamorosi riguardano la Green Economy tanto cara a Obama. Le maggiori aziende americane dell'energia solare stanno chiudendo le fabbriche di pannelli fotovoltaici sul territorio Usa per delocalizzarle in Cina. In questo caso non conta il differenziale nel costo del lavoro (è un settore hi-tech a bassa intensità di manodopera) quanto il vantaggio incolmabile offerto dalla generosità dei sussidi pubblici cinesi. La "dottrina Obama" prevede che dalla crisi economica si esca con un riequilibrio tra le due economie maggiori: alla Cina tocca "consumare di più, ridurre il risparmio, importare". Dalla rapidità di questo aggiustamento, dipenderà che l'America si senta meno defraudata nell'assetto attuale del G2. Altrimenti c'è il rischio che uno dei due padroni del mondo denunci il contratto, e cerchi di forzare una revisione delle regole del gioco. Ma "l'incidente" potrebbe anche venire dalla Cina: lo scoppio di un bolla speculativa, un eccesso d'inflazione. Per questo Geithner evita di esasperare la tensione: lo status quo è molto meglio di un salto nel buio.

All'indurimento dei toni nel rapporto a due contribuisce di più la spinta al riarmo della Cina. Lo choc più recente è la scoperta che le forze armate di Pechino hanno messo a punto il loro "caccia-bombardiere invisibile", in codice il J-20, il cui primo test ha coinciso provocatoriamente con una visita a Pechino del segretario alla Difesa, Robert Gates. Da Washington ha risposto Hillary Clinton con un duro richiamo sui diritti umani: "La Cina mantenga gli impegni, liberi i dissidenti politici e riformi il suo sistema politico, se vuole essere all'altezza delle sue responsabilità globali nel XXI secolo". Nella eccezionalità del vertice di mercoledì c'è anche questo: sarà la prima volta che un presidente degli Stati Uniti è costretto a offrire un ricevimento di Stato in onore di un leader straniero che tiene in carcere il premio Nobel della Pace (Liu Xiaobo).

Il tema che più cattura il sentimento dell'America alla vigilia di questo G2 è un altro. Il sorpasso di cui c'è la consapevolezza più acuta, è quello misurato nella classifica Ocse-Pisa sui risultati di apprendimento nei licei di tutto il mondo. Per la prima volta nella storia, i licei di Shanghai hanno conquistato il primato assoluto. I licei americani sono arrivati al 15esimo posto nella capacità di lettura, al 23esimo nelle scienze, al 31esimo in matematica. "Chi vince a scuola oggi, vincerà la competizione economica del futuro", avverte Obama. La sfida dei padroni del mondo, dentro il G2, è diventata anche l'unica gara che conta, e il luogo dove si misura chi sta facendo le scelte giuste per il suo futuro.

(17 gennaio 2011) © Riproduzione riservata

domenica 9 gennaio 2011

Ora il Tesoro Usa paventa il proprio “default” (bancarotta)

Articolo tratto da Repubblica (http://www.repubblica.it)

225px-Timothy_Geithner_official_portrait“Default”, bancarotta. Mai in passato un segretario al Tesoro degli Stati Uniti aveva osato evocare questo rischio per l’economia più ricca del pianeta: la sua. Lo ha fatto Tim Geithner (nella foto) ieri, usando la parola tabù in una lettera ufficiale inviata al Congresso.

Nelle stesse ore in cui il massimo responsabile del bilancio americano osava pronunciare l’impensabile, l’euro si è indebolito anziché rafforzarsi sul dollaro: a conferma che nel confronto tra malati, l’Eurozona è perfino più fragile degli Stati Uniti.

Nuove rivelazioni intanto confermano il ruolo cruciale della Cina per tamponare gli Stati europei più fragili. Pechino si appresta a comprare 6 miliardi di euro di titoli del debito pubblico spagnolo per impedire che Madrid sia “la prossima della lista” dopo Grecia e Irlanda. Se il 2011 dovesse essere l’anno segnato da qualche bancarotta sovrana, nonostante le sue floride finanze anche la Repubblica Popolare cinese è esposta a perdite consistenti, sulle riserve investite nelle valute altrui.

La lettera di Geithner ha dei passaggi che fanno tremare. Nel caso che il Congresso non approvi rapidamente una legge per alzare il tetto legale del debito federale, autorizzando così il Tesoro a emettere più titoli per finanziarsi, “il danno sarebbe catastrofico, la solidità dei buoni del Tesoro sarebbe a rischio, così come il ruolo del dollaro come moneta di pagamenti internazionale”. Vista la “gravità delle sfide per gli Stati Uniti e le altre economie mondiali”, avverte ancora il ministro, “la fiducia dei mercati mondiali nella nostra solvibilità finanziaria è cruciale”.

Nella drammatizzazione del rischio-bancarotta gioca anche un elemento tattico. Si è appena insediata a Washington la nuova Camera dei deputati, dove i repubblicani hanno la maggioranza. La destra vuole tenere in ostaggio l’Amministrazione Obama, negando i voti necessari per emettere nuovi buoni del Tesoro. “Il popolo americano – dichiara il nuovo presidente della Camera John Boehner – non accetterà un aumento del debito, se non è accompagnato da drastiche azioni per tagliare le spese pubbliche che uccidono posti di lavoro”.

Per certi versi è un “déjà-vu”. La destra persegue la strategia reaganiana “affamare la bestia”: negare risorse allo Stato, per smantellare tutto l’edificio del Welfare State considerato come il nemico numero uno. E’ la stessa destra che si è data i “20 giorni” per abrogare tutte le riforme di Barack Obama, inclusa la sanità. Il presidente democratico messo in minoranza alla Camera – come Bill Clinton nel 1994 – reagisce al ricatto denunciando il gioco al massacro. Nello stallo può succedere che tutti gli uffici dell’Amministrazione federale vengano chiusi per mancanza di risorse, proprio come accadde per alcune settimane nel 1995.

Oggi però la schermaglia tattica avviene su uno sfondo immensamente più fragile, rispetto agli anni Novanta. La soglia di debito pubblico che Washington sta per sfondare – pari a 14,3 miliardi di dollari – vale il 99,3% del Prodotto interno lordo degli Stati Uniti. Il deficit corrente è il 10% del Pil. Un livello allarmante, mai raggiunto dalla seconda guerra mondiale. Ai livelli dei Pigs.

Fanta-politica, una bancarotta americana? Ma è proprio nella politica che ci sono i germi di un’instabilità che può improvvisamente creare il panico tra gli investitori. La destra Usa ha al suo interno delle correnti fondamentaliste che arrivano a invocare l’Apocalisse del crac finanziario nazionale, come una sorta di catarsi per espiare i peccati dello statalismo.

Ecco cosa scrive John Tamny, autorevole economista del Cato Institute, un think tank che fa da trait-d’union fra il neoliberismo reaganiano e il Tea Party di oggi: “E’ ora che impariamo ad amare l’idea di una bancarotta sovrana degli Stati Uniti. Quegli americani che temono un’insolvenza del Tesoro, sono come i genitori di un eroinomane, che paventano il momento in cui lo spacciatore smetterà di vendere la droga al loro figlio”.

Bruce Bartlett, un economista moderato che denuncia queste farneticazioni, è costretto ad ammettere: “Molti integralisti della destra s’illudono che basti non alzare il tetto legale del debito, e d’incanto lo Stato sarà costretto a ridmensionarsi. Da quando questi fanatici sono entrati al Congresso la prospettiva di un default degli Stati Uniti, per quanto resti improbabile, non è più impossibile”.

Ci sono varianti “minori” di questo scenario. La crisi della finanza locale è ancora più grave rispetto ai problemi di Washington, per le rigidità fiscali delle costituzioni nei singoli Stati. Una bancarotta della California farebbe saltare i rimborsi sul debito pubblico di un’economia più ricca dell’Italia. In quanto al Tesoro federale, la sua salvezza finora poggia sul dollaro. Washington ha ancora il privilegio imperiale di stampare una moneta che il resto del mondo accetta, sia pure a malincuore.

E’ il signoraggio che manca all’Eurozona. Perciò, se il 2011 dovesse essere l’anno di una bancarotta sovrana, i mercati scommettono che questo accadrà prima in Europa. E perfino l’interessata generosità della Cina non sarebbe un salvagente miracoloso.