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sabato 15 ottobre 2011

Naomi Klein tra gli indignati di NY

(da it.peacereporter.net)


La scrittrice no-global tra i manifestanti di Zuccotti Park: “Questo movimento è la cosa più importante del mondo”

Anche la famosa scrittrice no-global Naomi Klein è andata a parlare nei giorni scorsi agli 'indignati' di New York che da quasi un mese occupano i Giardini Zuccotti, vicino a Wall Street. Ecco un estratto del suo discorso.

"Se c'è una cosa che so è che l'1 per cento ama la crisi. Quando le persone sono in preda al panico e alla disperazione e nessuno sembra sapere cosa fare, quello è il momento migliore per far passare il loro ordine del giorno preferito per le politiche aziendaliste: privatizzare l'istruzione e la sicurezza sociale, imporre tagli sui servizi pubblici, liberarsi degli ultimi ostacoli al potere delle multinazionali. Questo sta succedendo in tutto il mondo, nel mezzo della crisi economica".

"C'è solo una cosa che può fermare questa tattica e, fortunatamente, è qualcosa di grande: il 99 per cento. Quel 99 per cento che si sta riversando nelle strade, da Madison a Madrid, per dire: "No. Non pagheremo per la vostra crisi." Lo slogan è nato in Italia nel 2008. Ha avuto eco in Grecia, Francia, Irlanda e alla fine è arrivato al miglio quadrato da dove la crisi è cominciata".

"Molte persone hanno tracciato un parallelo tra il movimento Occupy Wall Street e le cosiddette proteste non-global di Seattle che hanno attirato l'attenzione di tutto il mondo nel 1999. Quella fu l'ultima volta in cui un movimento globale, giovanile e decentralizzato ha preso di mira il potere delle grandi aziende".

"Ma ci sono anche importanti differenze. Ad esempio, abbiamo scelto i summit come nostro obiettivo: l'OMC, il FMI, il G8. I summit hanno una natura transitoria, durano solo una settimana. Questo ci ha resi a nostra volta transitori. Facciamo la nostra comparsa, arriviamo sulle prime pagine di tutto il mondo e poi scompariamo. E nella frenesia dell'iper-patriottismo e del militarismo che ha seguito gli attacchi dell'11 settembre, è stato facile spazzarci completamente via, almeno nel Nord America".

"Occupy Wall Street, invece, ha scelto un obiettivo fisso. E non è stata stabilita una fine della sua presenza. Una cosa saggia. Solo quando si rimane ben piantati, si possono mettere radici. Questo è fondamentale. È un fatto che nell'era dell'informazione ci siano troppi movimenti che sbocciano come fiori meravigliosi, ma che muoiono presto. Questo perché non hanno radici. E non hanno piani a lungo termine per la propria sopravvivenza. E quando arriva la tempesta, vengono spazzati via".

"Altra cosa giusta di questo movimento: si impegna nella non-violenza. Si è rifiutato di dare ai media le immagini delle vetrine rotte e degli scontri in strada che tanto agognano. E questa tenace disciplina ha fatto sì che, di volta in volta, le notizie hanno dovuto riportare la brutalità di una polizia scandalosa e senza alcuna giustificazione. Una cosa che abbiamo potuto vedere anche ieri sera. Intanto, il sostegno a questo movimento cresce sempre più. C'è stata più saggezza".

"Ma la più grande differenza rispetto a un decennio fa è che nel 1999 ce la prendevamo con il capitalismo che era all'apice di un frenetico boom economico. Il tasso di disoccupazione era basso, gli investimenti in borsa erano in aumento. I media erano inebriati dai guadagni facili. Allora si parlava solo di avviare, non di chiudere. Dieci anni dopo sembra come i paesi ricchi non esistano più. Solo un gran numero di persone ricche. Gente che si è arricchita saccheggiando il benessere pubblico ed esaurendo le risorse naturali in tutto il mondo. Oggi chiunque può osservare come il sistema sia profondamente ingiusto e fuori controllo. Un'avidità senza limiti ha gettato nella spazzatura l'economia globale. E sta facendo lo stesso con la natura".

"Tutti sappiamo, o almeno avvertiamo, che il mondo gira al contrario; ci comportiamo come se non ci fosse fine a ciò è invece limitato: i combustibili fossili e lo spazio atmosferico che assorbe le loro emissioni. E ci comportiamo come se ci fossero limiti rigidi e immobili a ciò che di fatto è libero: le risorse finanziarie per costruire il tipo di società di cui abbiamo bisogno".

"Il compito della nostra generazione è di rovesciare tutto questo: sfidare questa falsa scarsezza. Insistere sul fatto che ci possiamo permettere di costruire una società inclusiva e decente e, allo stesso tempo, rispettare i limiti che la Terra può sopportare".

"Stavolta il nostro movimento non può farsi distrarre, dividere, bruciare o spazzare via dagli eventi. Questa volta dobbiamo avere successo. E non sto parlando di imporre regole alle banche o di aumentare le imposte ai ricchi, sebbene sia importante. Sto parlando di modificare i valori che guidano la nostra società. È difficile riassumerlo in una singola richiesta che possa passare sui media ed è anche difficile capire come farlo. Ma ciò non lo rende meno urgente".

"Questo è ciò che ho visto accadere in questa piazza. Nel modo in cui vi nutrite a vicenda, vi tenete caldo, vi scambiate informazioni, fornite gratuitamente assistenza medica, fate lezioni di meditazione e di formazione sulla responsabilizzazione. Il mio manifesto preferito dice: "Io tengo a te". In una cultura che abitua la gente a evitare lo sguardo dell'altro, a dire "Lasciateli morire", si tratta di un'affermazione davvero radicale".

"Abbiamo scelto di combattere contro le forze economiche e politiche più potenti del pianeta. Fa paura. E a mano a mano che questo movimento crescerà, farà sempre più paura. Dobbiamo essere consapevoli che ci sarà la tentazione di muoversi verso obiettivi più piccoli, come ad esempio la persona che è seduta accanto a voi in questo incontro. Dopo tutto, è una battaglia più facile da vincere. Non cedete alla tentazione. Cerchiamo di trattare gli altri come se volessimo lavorare fianco a fianco in una lotta per molti, molti anni a venire. Perché il compito che abbiamo di fronte non pretenderà di meno. Consideriamo questo magnifico movimento come se fosse la cosa più importante al mondo. Perché lo è. Davvero".

Enrico Piovesana

venerdì 14 ottobre 2011

I repubblicani e l'«altro nero» che vorrebbe scalzare Obama

(da www.corriere.it)

Verso il 2012 - La sua ricetta è un mix di populismo e liberismo che affascina i Tea Party

Il re delle pizze Cain balza in testa ai sondaggi per le primarie

NEW YORK - «Il tuo piano economico? Quando ho letto il titolo - 9-9-9 - ho pensato che fosse il prezzo scontato di una pizza». Il candidato repubblicano alla Casa Bianca Herman Cain - un nero di 65 anni con un passato di matematico, imprenditore e banchiere centrale - sorride a denti stretti davanti al sarcasmo del suo avversario John Huntsman. Poi, sotto i riflettori del dibattito televisivo di martedì scorso, arriva la stilettata di un'altra candidata. Michele Bachmann attacca Cain tirando in ballo, addirittura, Satana: «Se prendo il tuo piano 999 e lo capovolgo, penso che il diavolo sia nei dettagli» sibila la ex beniamina dei Tea Party, riferendosi alle credenze popolari che vedono nel 666 il numero del demonio.


Martedì, nel confronto in New Hampshire vinto «ai punti» da Mitt Romney, la vera star è stato lui: l'ex capo della Federal Reserve di Kansas City ed ex amministratore delegato di «Godfather's Pizza», una catena di pizzerie. Cain è stato attaccato ferocemente per tutta la trasmissione e da tutti i candidati. Per le sue proposte fiscali? Il suo è un piano ipersemplificato che riduce imposte sui redditi e tassa sulle «corporation» all'aliquota unica del 9% e introduce una nuova imposta di consumo della stessa entità su tutti i beni e i servizi.
Per i democratici Cain è il «Robin Hood dei ricchi», visto il carattere regressivo della sua ricetta tributaria. Ma non è per questo che gli altri candidati repubblicani lo attaccano. A preoccuparli è, invece, la crescente popolarità di un personaggio all'inizio liquidato come un candidato «a perdere». Una sfida elettorale tra due candidati di colore, con Obama che ha già in tasca il voto di gran parte dei neri, sembrava un'ipotesi fantascientifica. Poi Michele Bachmann ha cominciato a perdere quota e anche il nuovo idolo della destra radicale, il governatore del Texas Rick Perry, arrivato fulmineamente in vetta ai sondaggi, ha commesso errori a raffica che lo hanno fatto precipitare altrettanto rapidamente.


Così la destra radicale e «antitasse» si è improvvisamente innamorata di questo candidato «improbabile» ma con la lingua affilata e il «pedigree» del duro. Un liberista fino al midollo che parla solo di crescita e di imprenditori che creano lavoro, che invita i neri ad evitare l'autocommiserazione e a non attendere favori dallo Stato. E che ai ribelli della protesta anticapitalista dice: «Se siete senza lavoro non prendetevela con Wall Street ma coi vostri fallimenti».
Così, Cain ha cominciato a risalire nei sondaggi e ha vinto a sorpresa lo «straw poll» della Florida (una specie di prova generale, in miniatura, delle primarie) sul favoritissimo Perry. Da ieri i «media» americani lo dipingono come il nuovo favorito visto che, dopo quello di Zogby , Cain è risultato in testa anche nell'ultimo sondaggio NBC - Wall Street Journal . Numeri impressionanti: con Romney stabile al 23% dei consensi da agosto ad oggi, Cain è schizzato dal 5 al 27% mentre Perry, partito da uno «stellare» 38%, è precipitato al 16.
È presto per incoronare un nuovo favorito: di questi tempi, 4 anni fa, era in testa Giuliani. Se ci si deve esporre, meglio puntare su Romney (che rimane in testa in altri sondaggi come quello di Reuters ). L'ex governatore del Massachusetts, benché non amato dagli evangelici perché mormone e guardato da molti con sospetto per certe sue posizioni altalenanti, è il candidato che ha condotto la campagna più lineare e rassicurante. Ha molti fondi elettorali, una solida organizzazione e l'appoggio dell'«establishment» economico conservatore.


Cain è una brutta notizia soprattutto per Perry perché «certifica» la sua evanescenza. E anche per la campagna di Obama che sperava di trovarsi davanti un Romney sfinito da un confronto all'ultimo sangue col governatore del Texas. Ieri David Axelrod, lo stratega della campagna democratica, è sceso in campo attaccando direttamente Romney: non c'è più tempo da perdere.


14 ottobre 2011 13:02© RIPRODUZIONE RISERVATA

lunedì 5 settembre 2011

Contro l’euro c’è una regìa Goldman Sachs

Articolo tratto dal blog di Federico Rampini su "la Repubblica" (http://rampini.blogautore.repubblica.it)

Nell’accumularsi di posizioni ribassiste contro alcuni paesi dell’eurozona rispunta la regìa dei soliti noti: Goldman Sachs. Con l’aggiunta di un sospetto conflitto d’interesse, perché la stessa banca di Wall Street ha anche un ruolo di punta come consulente di alcuni governi europei, Spagna in testa. A sollevare il caso è il Wall Street Journal con un articolo intitolato “Goldman pessimista: in un rapporto privato ai clienti dei suoi hedge fund spiega come guadagnare dal disastro globale”. All’origine c’è un documento di 54 pagine firmato da uno dei più importanti strateghi della banca, il 57enne Alan Brazil, e riservato a poche centinaia di grossi investitori istituzionali che sono i migliori clienti di Goldman Sachs. Il rapporto di Brazil è estremamente negativo sulle possibilità di salvare l’eurozona dalla crisi attuale. Fra l’altro stima che le banche europee possono necessitare di 1.000 miliardi di dollari per ricapitalizzarsi, in conseguenza delle perdite subite sui titoli di Stato. Non è confortante neppure l’analisi su altri scenari (poche speranze di ripresa dell’occupazione Usa; forse insostenibile l’attuale crescita della Cina) ma è sull’euro che Goldman offre alla clientela Vip una strategia di speculazione ribassista. Si tratta di prendere una posizione “contro”, investendo in un indice di credit default swaps il cui valore aumenta se cadono le azioni delle banche europee. Dove la faccenda si fa controversa, è nel ruolo che la stessa banca americana ha presso il governo di Madrid. E’ sempre il Wall Street Journal a ricordarlo: “Questo rapporto è stato diffuso mentre la Goldman offre i suoi servizi di consulenza a quei medesimi Stati europei, contro i quali sta consigliando ai suoi clienti di speculare”. Non più tardi di mercoledì scorso, per esempio, la Goldman insieme ad altre due banche ha organizzato a Londra una conferenza col ministro dell’Economia spagnolo, Jose Manuel Campa. Scopo dell’evento: presentare ai grossi investitori sulla piazza londinese il piano di austerità del governo di Madrid e invogliarli così a investire nei titoli spagnoli. Goldman, conferma il Wall Street Journal, “ha una posizione leader nel collocamento del debito pubblico spagnolo”. Contro il quale, su un altro fronte, suggerisce ai Vip strategie d’investimento che puntano al ribasso, o addirittura alla bancarotta per insolvenza. La presenza di Goldman Sachs in uno schieramento di investitori che “remano contro” l’euro era già stata segnalata in un altro contesto: le famose “cene di Manhattan tra gli hedge fund” segnalate l’8 febbraio scorso, con la partecipazione di George Soros, avevano coinciso con attacchi coordinati all’euro e la partecipazione di un trio di grandi banche di Wall Street tra cui la stessa Goldman. In quanto al conflitto d’interessi, rievoca un analogo caso sollevato da un’indagine sui mutui subprime. Alla vigilia della grande crisi del 2008, Goldman aveva venduto ai clienti dei suoi hedge fund dei “pacchetti ribassisti” a base di credit default swap, per lucrare su un crollo del mercato immobiliare americano; mentre contestualmente la stessa Goldman e altre rivali di Wall Street erano tra gli istituti che “confezionavano” i titoli tossici dei mutui subprime. Infine nel ruolo di consulente dei governi europei, un precedente è la polemica sul ruolo di Goldman Sachs al servizio dei governi greci che “falsificarono” i dati sul deficit forniti alla Commissione europea.

domenica 21 agosto 2011

Torna l’economia-vudù (aiuto!)

Articolo tratto da "Estremo Occidente" di Federico Rampini (http://rampini.blogautore.repubblica.it)

220px-Official_Portrait_of_President_Reagan_1981220px-Herbert_HooverLa nuova economia-vudù: è il revival della

"reagonomics" o "economia dell'offerta" nella destra repubblicana: è

l'idea che dimagrire lo Stato, ridurre le tasse ai ricchi e alle

imprese è un toccasana, perché il benessere "rifluisce" dall'alto verso

il basso.

(A battezzarla "economia vudù" non fu un democratico bensì Bush padre)

La verità è che questa ideologia non risale

a Ronald Reagan bensì a Herbert Hoover, il presidente che ebbe una

responsabilità cruciale nella Grande Depressione, e che la destra non

ha mai ripudiato. "Quali costi pagherebbero gli americani, se dovesse

tornare di moda il pensiero di Hoover?" si chiede il Washington Post.

Perché una seconda recessione ci fa ancora più paura della prima?

Lo spiega il direttore di Fortune, Allan Sloan: questa volta ci

sentiamo ancora più vulnerabili perché i governi hanno fatto fiasco

nelle terapie contro la prima recessione, e oggi all'origine della

ricaduta ci sono proprio loro, gli Stati, che dovrebbero essere la

nostra ultima linea di difesa.

Ma lo statalismo spunta dove meno te l'aspetti: è tutta dovuta ad

assunzioni nel pubblico impiego la crescita economica del Texas, lo

Stato del candidato repubblicano alle presidenziali Rick Perry che si

presenta come un radicale di destra.



venerdì 19 agosto 2011

Rischio recessione come nel ‘37: causata da errori politici

Articolo tratto da "Estremo Occidente" di Federico Rampini (http://rampini.blogautore.repubblica.it)

Dalla manovra Berlusconi-Tremonti a quella di Nicolas Sarkozy, fino ai tagli di Barack Obama: stiamo per “rifare un 1937”? L’allarme viene lanciato da due premi Nobel dell’Economia, Paul Krugman e Joseph Stiglitz, più un ex ministro economico di Bill Clinton, Robert Reich, e l’ex consigliera di Obama Christina Romer: i governi occidentali sposando all’unisono la linea del rigore di bilancio accelerano la ricaduta nella recessione. Infliggere tagli di spesa e aumenti di tasse a un’economia già debole, è la ricetta sicura per una catastrofe. Fu proprio questo l’errore più grave di Franklin Delano Roosevelt (foto)220px-FDR_in_1933, la lezione del 1937: in quell’anno il presidente del New Deal credette di avere debellato definitivamente la Grande Depressione e cambiò segno alle sue politiche economiche, tagliando le spese e alzando il prelievo fiscale. Il 1937 segnò la ricaduta in una recessione grave. Una lezione dimenticata, salvo che da pochi esperti: tutti sanno cos’è stato il 1929, l’anno del crac di Wall Street che segnò l’inizio di una crisi decennale, mentre il 1937 non è un anno-simbolo noto alla cultura di massa. Faremmo meglio a cominciare a studiarlo? Il New York Times dà voce a un esperto di quell’epoca, lo storico della Grande Depressione Robert McElvaine. “Analogie e parallelismi con quanto accade oggi sono forti – dice McElvaine – perché allora come oggi i governi dovevano decidere se e quando invertire le politiche di spesa e di moneta facile usate per combattere la crisi iniziale”. Perfino la Federal Reserve, la banca centrale americana, ha deciso di pubblicare uno studio intitolato “La recessione del 1937, una parabola istruttiva”. Elaborato dall’economista François Velde di Chicago, il rapporto della Fed si apre constatando che “la recessione del 1937 è una lezione da meditare, interruppe brutalmente la ripresa dopo la Grande Depressione del 1929-33”. Lo stesso presidente della Fed, il banchiere centrale Ben Bernanke, si è fatto le armi all’università studiando la Grande Depressione.

Gli avvenimenti della scorsa settimana, in rapida successione, hanno visto susseguirsi la paralisi politica a Washington per lo scontro Obama-Congresso sul debito, il downgrading degli Stati Uniti, i timori sulla solvibilità di diversi Stati membri dell’eurozona, tracolli di Borsa seguiti da recuperi mozzafiato (ma con un saldo netto negativo). Le analogie con il 1937 sono numerose. Allora l’indice Dow Jones della Borsa di New York cadde del 49% in un anno rispetto ai suoi massimi. La produzione industriale ebbe un crollo del 37%. La disoccupazione salì dal 14% al 19%. La debolezza della domanda di consumo portò a una discesa generalizzata dei prezzi: il fenomeno della deflazione.

A lanciare l’allarme sul rischio di “rifare il 1937” non sono solo autorevoli economisti di sinistra (Krugman, Reich, Stiglitz) ma anche delle voci molto ascoltate a Wall Street: come David Bianco che è il capo delle strategie d’investimento di Bank of America-Merrill Lynch, la più grossa banca Usa. Secondo Bianco le probabilità che l’economia americana ricada in una recessione sono salite all’80%. “La fiducia è scossa, sta cadendo molto velocemente”, dice Bianco. La somiglianza principale con il 1937 riguarda proprio il segno della politica economica dei governi. Fino a quell’anno, Roosevelt aveva adottato delle politiche fortemente espansive, il cui simbolo più noto sono le grandi opere pubbliche lanciate all’insegna del New Deal. La strategia rooseveltiana ricalcava la teoria dell’economista britannico John Maynard Keynes: quando la crescita è paralizzata per mancanza di domanda (consumi, investimenti), allora lo Stato deve svolgere un ruolo di supplenza, deve intervenire con le sue spese a riempire il vuoto di domanda privata, senza preoccuparsi dei deficit. Roosevelt aveva anche inaugurato un “cantiere sociale”, la costruzione del primo sistema previdenziale garantito dallo Stato a tutti gli americani (Social Security), un pilastro del Welfare fino ad oggi. Per effetto delle sue manovre energiche di spesa pubblica, il debito federale degli Stati Uniti era aumentato dal 16% del Pil nel 1929 al 40% del Pil nel 1936 (ancora basso rispetto ai livelli attuali, ma la progressione rispetto al punto di partenza era stata formidabile). La ricetta keynesiana applicata da Roosevelt aveva funzionato: tra il 1933 e il 1936 la crescita americana era ripartita alla grande, con tassi di aumento del Pil del 9% annuo, che oggi diremmo “cinesi”. Ma nel 1937 gran parte della classe politica americana – repubblicani e democratici – incitava il presidente a togliere il piede dal pedale dell’acceleratore. Avendo ritrovato la crescita, era ora che l’Amministrazione si occupasse di rimettere in ordine i conti pubblici. Roosevelt cedette a quelle pressioni, proprio come Obama ha dovuto scendere a patti con la destra che oggi ha la maggioranza alla Camera. Improvvisamente la Casa Bianca cambiò le sue priorità. Nel 1937 decise di tagliare di colpo le spese pubbliche, interrompendo molti programmi del New Deal. Aumentò le tasse, istituendo anche un’addizionale per la Social Security. Il gettito fiscale aumentò in misura spettacolare, del 66% in un anno. Una stangata senza precedenti, anche se con elementi di equità sociale molto pronunciati: l’aliquota sui redditi oltre un milione di dollari salì dal 59% al 75% (mentre nell’America di oggi, grazie a George Bush, è al 35%). L’effetto sull’economia reale fu immediato e nefasto: l’America ripiombò di colpo nelle sofferenze della Grande Depressione. Ne sarebbe uscita solo due anni dopo, e forse per il contributo decisivo dato dal boom delle spese militari nella seconda guerra mondiale.

Non tutti danno la stessa interpretazione di quella fatidica annata, il 1937. Anche in questo caso c’è una lettura di sinistra e una di destra. I repubblicani, rispolverando le opere del loro profeta Milton Friedman, sostengono che la vera colpevole della ricaduta fu la Fed: la banca centrale avviò una stretta monetaria per paura dell’inflazione, le banche razionarono il credito. Se anche fosse vero, la Fed di oggi è al riparo da questa accusa. La banca centrale americana, come la sua consorella Bce, mantengono dei tassi d’interesse molto bassi. La Fed ha promesso ai mercati che terrà addirittura il “tasso zero” fino al 2013; la Bce ha avviato la settimana scorsa acquisti di titoli pubblici italiani e spagnoli, che oltre a combattere la paura del default hanno come effetto la creazione di liquidità. Dunque, almeno i banchieri centrali non stanno operando contro la ripresa, non è colpa loro se “rifacciamo il 1937”.

Gli studiosi più autorevoli della Grande Depressione sono comunque convinti che il 1937 ebbe un’altra causa. “E’ chiaro – dice McElvaine – che la causa della ricaduta in recessione furono i tagli di spesa decisi anzitempo da Roosevelt”. Un’altra esperta di quel periodo storico è Christina Romer, che oggi è tornata a insegnare all’università di Berkeley dopo essere stata alla guida del Council of Economic Advisors, il gruppo di economisti consiglieri di Obama. “Dopo una crisi economica – dice la Romer – è forte la voglia di dichiarare vittoria e tornare alla normalità. Ma bisogna resistere a quella tentazione”. In realtà la Romer ha lasciato la Casa Bianca perché la sua linea è stata sconfitta dai “rigoristi”. Quasi nessuno oggi nel ceto politico americano vuole ascoltare i moniti sulla lezione del 1937. Da quando nell’opinione pubblica ha iniziato a soffiare il vento di destra del Tea Party, le parole d’ordine sono “dimagrire lo Stato”. La sinistra democratica accusa Obama di essere un leader debole, troppo incline al compromesso con l’avversario. Ma chi invoca l’esempio di Roosevelt – riesumato da molti progressisti come “l’anti-Obama” – dimentica che il padre del New Deal era un pragmatico, pronto a cambiare le sue politiche. Anche troppo, come dimostra l’errore fatale del 1937. La destra repubblicana ha dalla sua un argomento forte: il “New Deal di Obama”, oltre 700 miliardi di spesa pubblica varati nel gennaio 2009 per sostenere la crescita, non ha impedito un tasso di disoccupazione del 9%. La spesa pubblica ha perso l’efficacia che aveva ai tempi di Roosevelt, quando si partì da livelli di debito molto più bassi? A sinistra i Krugman, Stiglitz e Reich, così come la Romer, sostengono l’esatto contrario: lo stimolo alla crescita varato nel 2009 fu insufficiente, e oggi ce ne vorrebbe un altro. Su Obama, così come su tutti i governanti europei che stanno facendo scelte analoghe, pesa anche il vincolo dei mercati. Dal downgrading di Standard & Poor’s fino ai sussulti di paura su Italia e Francia, l’opinione dominante era che i mercati chiedessero austerità e tagli ai deficit. Poi improvvisamente sulle Borse si è allungata minacciosa l’ombra del “double dip”, il doppio tuffo nella recessione. Il dilemma attuale se siano più urgenti le stangate fiscali, o la lotta alla disoccupazione, non dovrebbe comunque essere lasciato al giudizio dei mercati finanziari.

sabato 6 agosto 2011

Debito Usa, S&P abbassa il rating Vertice telefonico dei G7

Articolo tratto da "la Repubblica" (http://www.repubblica.it)

Decisione storica dell'agenzia di rating che abbassa la valutazione ad a AA+. I titoli di stato americani perdono la massima valutazione per la prima volta nella storia: "Piano di risanamento non adeguato". Ma per il tesoro Usa c'è un errore di 2000 miliardi. La Cina chiede subito la soluzione dei problemi: "Finiti i giorni in cui zio Sam poteva sperperare". Governatori e ministri delle Finanze in conference call sulla crisi

NEW YORK - Per la prima volta nella storia, il debito sovrano degli Stati Uniti subisce un abbassamento del rating ad opera di Standard & Poor's. La valutazione AAA è stata abbassata di un gradino, a AA+, con un outlook che rimane negativo. La decisione è arrivata per "i rischi politici" che derivano dall'insufficienza degli interventi sul debito. "Il piano di risanamento - scrive S&P - non è adeguato a quanto sarebbe necessario per stabilizzare nel medio-termine il debito. L'efficacia, la stabilità e la prevedibilità della politica americana si è indebolita in un momento" in cui le sfide fiscali ed economiche aumentano. Un altro taglio, spiega ancora l'agenzia, potrebbe maturare nell'arco dei prossimi 12 o 18 mesi in mancanza di "correzioni solide".

Immediata la reazione della Cina che condanna la "miope" disputa politica avutasi negli Usa sul debito. "La Cina, il più grande creditore dell'unica superpotenza mondiale, ha tutto il diritto - si legge in un durissimo commento diffuso dall'agenzia Nuova Cina - di chiedere oggi agli Stati Uniti la soluzione dei problemi di debito strutturali e garantire la sicurezza degli asset cinesi denominati in dollari".

La decisione era nell'aria da tempo, nonostante l'accordo sul tetto del debito degli Stati Uniti faticosamente raggiunto e divenuto legge martedì scorso. Ma lo scenario che si apre è ancor più confuso, e per mettere a punto una strategia i ministri finanziari e i governatori delle banche centrali dei paesi del G7 terranno oggi una riunione telefonica per discutere delle misure volte a stabilizzare la volatilità dei mercati innescata dai timori sul debito europeo. La proposta, secondo quanto riporta l'agenzia Dow Jones citando fonti finanziarie della giapponese Jiji Press, sarebbe partita dalla Francia.

E proprio il clima di confusione e tensione fra leader repubblicani e democratici al Congresso che ha preceduto l'accordo sul tetto del debito avrebbe indotto S&P al downgrade dalla AAA, il massimo, alla AA+. "L'innalzamento del tetto del debito è arrivato troppo tardi", ha detto John Chambers, presidente del comitato di valutazione di S&P: "Se fossero intervenuti prima, il rating non sarebbe stato abbassato".

L'annuncio è arrivato al termine di uno scambio con il Tesoro americano che, avendo esaminato in anticipo la bozza della decisione, ha trovato errori per almeno 2000 miliardi di dollari. L'agenzia ha inviato la bozza della decisione al Tesoro alle 13.30, le 19.30 italiane. Gli economisti l'hanno esaminata e hanno trovato errori nel modo in cui S&P teneva conto dei dati delle spese discrezionali del Congressional Budget Office, l'organismo indipendente incaricato di fornire analisi agli eletti. Il Tesoro ha replicato alle 16, le 22 italiane, e S&P ha confermato il downgrade alle 20.20, ore 2.20 italiane.

Una decisione senza precedenti. È la prima volta nella Storia che gli Usa si vedono ridurre il grado di affidabilità da una delle tre principali agenzie di rating, affidabilità che ora è inferiore a quello della Germania, della Francia o del Canada. Secondo gli analisti, la decisione di Standard & Poor's potrebbe avere un effetto più psicologico che pratico. Moody's e Fitch hanno mantenuto il rating di tripla A per gli Stati Uniti e il downgrade di una sola agenzia è più gestibile. Ma il taglio del rating potrebbe avere ripercussioni su aziende e Stati a rischio downgrade, per i quali i costi di finanziamento potrebbero salire. La maggiore preoccupazione è verificare se la decisione avrà un impatto sull'appetito degli investitori esteri per il debito americano. Nel 1945 i creditori esteri detenevano solo l'1% del debito americano, ora ne controllano il 46%.

La presa di posizione della Fed. Il downgrade di Standard & Poor's non cambia le operazioni condotte tramite la finestra del tasso di sconto della Fed e le operazioni a mercato aperto. Lo ha comunicato la Fed, sottolineando che il downgrade non ha implicazioni sul trattamento dei titoli di stato americani, Treasury, usati dalle banche.

La posizione della Cina. La Cina, il maggior paese creditore degli Stati Uniti, aveva accolto con freddezza l'adozione del piano per evitare il default Usa, denunciando il protrarsi del problema dell'enorme debito sovrano. "I giorni in cui lo zio Sam, piegato dai debiti, poteva facilmente dilapidare quantità infinite di prestiti stranieri sono ormai contati", si legge nel comunicato di Nuova Cina. La cancellazione della tripla A per gli Stati Uniti è "un ammonimento", scrive Nuova Cina nel suo severo giudizio sullo stato delle finanze americano. L'agenzia di rating cinese Dagong, che non ha la stessa credibilità delle sue concorrenti anglossassoni, ha anch'essa abbassato il suo giudizio da A+ ad A con una prospettiva negativa.

(06 agosto 2011)

giovedì 28 luglio 2011

West Coast, pugno duro contro il carbone

Articolo tratto dal blog di Federico Rampini (http://rampini.blogautore.repubblica.it)

Giro di vite contro le centrali a carbone su tutta la West Coast. Entra in vigore una nuova normativa che impone pesanti controlli e limitazioni su tutte le centrali a carbone, una riforma legata all’obiettivo di migliorare la qualità dell’aria nei 156 parchi nazionali. Un caso di riforma che si auto-finanzia: i costi per le centrali sono 1,5 miliardi ma la riduzione dei danni avrà benefici per 8 miliardi.

mercoledì 13 luglio 2011

Un iPhone per identificare: è rivolta contro la polizia

Articolo tratto da "la Repubblica" (http://www.repubblica.it)

Nei prossimi mesi le forze dell'ordine di molti Stati si doteranno di un'apparecchiatura in grado di confrontare i volti, e in futuro l'iride, delle persone fermate per un controllo con i database della centrale. Una rivoluzione che spaventa i difensori della privacy e gli agenti stessi dal nostro inviato ANGELO AQUARO

NEW YORK - "Permette una foto? E' per la fedina penale...". Al ritorno dalle vacanze gli americani troveranno una sorpresa. Dall'Arizona al Massachusetts, migliaia di poliziotti sono pronti a riceverli con una macchinetta fotografica speciale. A vederla sembra un giocattolino. Si applica all'iPhone ed è alta un paio di centimetri. Ma è un vero e proprio computer e trasmettitore: che confronta la foto del malcapitato di turno con le decine di migliaia presenti nei casellari giudiziari degli States.

Il riconoscimento facciale è l'ultima frontiera dell'hi-tech. Ma l'uso che i poliziotti s'apprestano a farne già solleva polemiche su polemiche. Negli Usa non è obbligatorio circolare con una carta di riconoscimento. E i difensori della privacy e dei diritti civili sono ovviamente insorti. Gli stessi poliziotti frenano. Lo sceriffo Joseph McDonald, di Plymouth County, Massachusetts, ha dato direttive severissime ai suoi uomini. La superfoto dev'essere usata solo nel caso di "ragionevole sospetto": non si possono mica "buttare via duecento anni di legge costituzionale".

Certo la macchinetta realizzata da una compagnia proprio di Plymouth, BI2 Technologies, ha buttato via dieci anni di figuracce. Il riconoscimento elettronico facciale era sembrata l'arma fine di mondo all'indomani dell'11 settembre. E il primo a dotarsi di una tecnologia simile fu proprio quell'aeroporto Logan di Boston in cui si imbarcarono senza destare sospetti i kamikaze delle Torri gemelle. Peccato che alla macchinetta installata un anno dopo, 2002, fu quasi subito staccata la spina: non era stata capace di riconoscere i volti mica dei sospetti, ma degli stessi impiegati.

Da allora la tecnologia è migliorata eccome. Riconoscimento facciale e dell'iride sono la nuova frontiera dei controlli. Quello dell'iride per ora accompagna ma presto potrebbe addirittura soppiantare le impronte digitali: un mercato in cui complessivamente, dice il Wall Street Journal, oggi circolano 4,3 miliardi.

Del resto sono sempre di più, dagli Usa in giù, gli stati in cui il controllo degli occhi viene usato alla dogana. Dice il capo di BI2, Sean Mullin, che le foto dei sospetti vengono confrontate con quelle presenti negli archivi degli uffici di polizia che si sono dotati delle macchinette: un pugno di Stati per un ordine di 7mila apparecchi in arrivo appunto per l'autunno. Ma nei piani c'è l'accesso agli immensi database dell'Fbi.

Il riconoscimento facciale naturalmente è una prospettiva tecnologica che non alletta soltanto le forze dell'ordine. La macchinetta, dicono a Plymouth, potrebbe essere utile per esempio nel campo sanitario. Ma il fenomeno è l'ultimo grido soprattutto dei social network. Facebook ha lanciato un sistema che permette di rintracciare i propri amici utilizzando appunto le foto: ed è ovviamente interno alla piattaforma.

Google stava lavorando a qualcosa del genere ma il presidente Eric Schmidt ha annunciato di aver fermato il progetto fino a quando non saranno risolti i problemi di privacy. Oggi funziona già per gli oggetti: fai una foto e dal telefonino al web confronti l'oggetto con quelli presenti per esempio su Google Images. O negli archivi dei supermarket virtuali, da Amazon in più, che saranno lietissimi di propinarti una proposta d'acquisto.

Ma il riconoscimento facciale va oltre. Pensate a quanti tipo di usi sarebbero possibili, più o meno legali. Prendi la foto di un tizio e grazie agli archivi del web ti scorre tutta la sua vita: come nella vecchia sigla dei telefilm "Attenti a quei due". Fedina penale? Potrebbe venir fuori di tutto. Chi è senza peccato scatti la prima foto.

(13 luglio 2011) © Riproduzione riservata

domenica 10 luglio 2011

Obama agli americani: andiamo su Marte

Articolo tratto da "Sky" (http://tg24.sky.it)

Il presidente degli Stati Uniti: "Mi aspetto di vedere lo sbarco entro il 2035. Cominceremo mandando astronauti su un asteroide per la prima volta nella storia". L'8 luglio il lancio dell'ultimo shuttle

09 luglio, 2011
marte, obama

Insieme alle congratulazioni per il "lancio perfetto" e gli auguri di buon lavoro all'equipaggio dello Shuttle Atlantis, dal presidente degli Stati Uniti, Barack Obama, è arrivata, "per gli uomini e le donne della Nasa", una nuova missione: "Portare gli americani su Marte".
Il presidente Usa ha rilanciato la scommessa che aveva già fatto nell'aprile del 2010, nel momento in cui decollava l'ultima missione dello Shuttle, lasciando di fatto gli Stati Uniti senza un vettore di trasporto umano orbitale, almeno fino all'arrivo delle prossime futuristiche navette del 'Ccdev2'.

"Questo è l'ultimo volo dello shuttle (guarda il video, ndr) - ha scritto Obama nel messaggio alla Nasa - ma oggi si apre anche una nuova era capace di spingerci verso le autentiche frontiere dell'esplorazione e delle scoperte nello spazio. Daremo impulso a nuovi progressi nella scienza e nella tecnologia. Miglioreremo la conoscenza, la formazione e l'innovazione e la crescita economica. E io ho dato agli uomini e alle donne della Nasa una nuova ambiziosa missione, quella di superare nuovi limiti nell'esplorazione spaziale, fino ad arrivare a mandare degli americani su Marte. So che sono all'altezza della sfida e intendo rimanere a vedere come va a finire".

Per Obama, quindi, dopo l'era dello shuttle comincia un nuovo capitolo della preminenza degli Stati Uniti in campo spaziale. Già nell'aprile del 2010 Obama aveva rassicurato la Nasa sulle intenzioni della sua amministrazione sul programma spaziale.
Dati i costi, si cercheranno altre fonti di finanziamento, aprendo al settore privato, ma "lo sbarco su Marte avverrà e io mi aspetto di vederlo. Entro il 2035", aveva azzardato durante una visita a Cape Canaveral.
Aggiungendo: "Cominceremo mandando astronauti su un asteroide per la prima volta nella storia. Entro la metà del decennio del 2030 credo che potremo mandare esseri umani nell'orbita di Marte e farli ritornare sani e salvi sulla Terra".
I vulcani di Marte Guarda
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lunedì 13 giugno 2011

Nasce internet-ombra per i dissidenti il piano di Obama contro i dittatori

Articolo tratto da "La Repubblica" (http://www.repubblica.it)

Washington finanzia un progetto di reti parallele per telefonia e Wifi. Tecnologia contro la censura: è la strategia studiata dopo la rivolta in Egitto. Il primo obiettivo è il sostegno agli oppositori dei regimi in Iran, Siria e Libia

dal nostro corrispondente FEDERICO RAMPINI
NEW YORK - Sembra un incrocio tra James Bond, la fantascienza di Philip Dick, e WikiLeaks: una banale valigetta, con dentro computer portatili e telefonini, capace di by-passare i server Internet. Sembra un incrocio tra James Bond, la fantascienza di Philip Dick, e WikiLeaks: una banale valigetta, con dentro computer portatili e telefonini, capace di by-passare i server Internet, attivare reti di comunicazione parallele che resistono ad ogni blackout di regime e censura di Stato. È un progetto che nasce con l'avallo autorevole di Barack Obama. L'hanno chiamata "Operazione Internet Invisibile", o anche "la Rete-ombra". È dai tempi della guerra fredda che l'America non progettava un'offensiva clandestina così ambiziosa e a vasto raggio. Stavolta però non c'entra la Cia, e al posto di generali golpisti gli alleati stranieri da aiutare sono dissidenti pacifici e disarmati.

Obama e Hillary Clinton tengono fede alla promessa di usare le nuove tecnologie a sostegno dei movimenti antiautoritari: dal mondo arabo ai militanti cinesi per i diritti umani. Ma nessuno immaginava che dietro i proclami ufficiali di Washington si stesse muovendo una miriade di esperti in tecnologie, giovani hacker, in grado di montare già oggi raffinate operazioni anti-censura. Una Santa Alleanza in nome delle rivolte democratiche unisce la Casa Bianca e un esercito di giovani esperti auto-definitosi "movimento delle tecnologie alternative", fino a ieri più
vicino a Julian Assange che al governo di Washington. A rivelarlo è uno scoop del New York Times, risultato di mesi di lavoro, interviste e "soffiate" da alcune gole profonde che collaborano con il Dipartimento di Stato. La stessa Clinton conferma indirettamente al New York Times queste rivelazioni. "Sempre più numerosi - dice il segretario di Stato - sono coloro che nel mondo intero usano Internet, i cellulari e altre tecnologie per far sentire le loro voci, protestare contro le ingiustizie. È una storica opportunità, un cambiamento positivo, che l'America deve sostenere. Perciò stiamo facendo il possibile per aiutarli a comunicare tra loro, con le loro comunità, e con il mondo intero".

Centinaia di milioni di dollari sono stanziati per finanziare la versione aggiornata al XXI secolo di quel che erano la Voice of America o Radio Free Europe prima della caduta del Muro di Berlino. Non è una novità che gli Stati Uniti aiutino i dissidenti democratici, in passato avevano messo a disposizione degli attivisti umanitari cinesi dei software che consentono di navigare online dissimulando la propria identità. Ma l'"Internet Invisibile" apre una dimensione nuova. Il progetto è più ambizioso di tutti i precedenti perché punta ad aggirare i server di Stato, l'Internet che usiamo tutti i giorni, che può essere manipolato, controllato, perfino "chiuso" da governi autoritari. La necessità di costruire delle Reti parallele, clandestine e non individuabili, per gli americani è nata anzitutto nel teatro di guerra afgano. Perfino in un paese arretrato come l'Afghanistan, gran parte della popolazione ormai comunica con i cellulari. Ma le "torri" dei ripetitori usate per la telefonìa mobile sono un bersaglio facile per i talebani, che riescono a sabotarle o a prenderne il controllo. Così è partito il primo progetto di reti mobili alternative, invisibili e difficilmente attaccabili, con un budget di ricerca di 50 milioni dal Pentagono.

La sua applicazione al servizio della "primavera araba" è recente. Washington ha visto Hosni Mubarak entrare in azione con un blackout generale di Internet, negli ultimi giorni della dittatura. Di colpo le armi usate dai giovani di Piazza Tahirir, cioè Facebook e Twitter, rischiavano di essere inutilizzabili. È lì che la Casa Bianca e il Dipartimento di Stato hanno messo assieme quella che il New York Times descrive come "un'improbabile alleanza di diplomatici, ingegneri militari, giovani informatici e dissidenti da una dozzina di paesi diversi" per cooperare al grande progetto. Tra i protagonisti c'è Sascha Meinrath, direttore della Open Technology Initiative, un'autorità fra i teorici della "liberazione attraverso le tecnologie". Con lui collaborano lo hacker Thomas Gideon, e un esperto di sicurezza contro i cyber-attacchi, Dan Meredith. La media di età non supera i trent'anni. Si ritrovano in un anonimo palazzo di uffici sulla L Street di Washington, e lavorano alla costruzione di un "mesh network", o tecnologia "reticolare", che sfrutta la potenza di gadget diffusi e decentrati per mettere "in rete" comunicazioni che by-passano l'Internet tradizionale.

La valigetta 24 ore con laptop e cellulari che consente di costruirsi un "Internet fatto in casa, portatile", è una delle creature di questo progetto. Collin Anderson, 26enne ricercatore delle "tecnologie della liberazione" del North Dakota, specialista dell'Iran, ha cominciato ad appassionarsi a questa sfida nel 2009, quando Teheran dimostrò di poter chiudere l'accesso a Internet durante le rivolte popolari contro i brogli elettorali. "Quell'episodio - spiega Anderson - ha dimostrato che non basta padroneggiare Facebook e YouTube, bisogna avere canali alternativi, che circumnavigano gli snodi di comunicazione e saltano direttamente fuori dal paese". Un altro progetto finanziato dal Dipartimento di Stato usa la tecnologia Bluetooth per trasmettere immagini - per esempio della repressione poliziesca contro una protesta - saltando direttamente da un telefonino all'altro senza usare le reti telefoniche di Stato, bensì sfruttando un "network civico fidato", parallelo. La valigetta portatile, con tanto di manuale per l'uso tradotto in decine di lingue per non addetti ai lavori, include microantenne Wifi, chiavette e cd con software per crittare le comunicazioni, cavi Ethernet. Un solo pc basta a governare l'intero sistema. "Sarà una sfida per qualsiasi governo, riuscire a controllare un sistema così", dice Aaron Kaplan, un esperto austriaco di cyber-sicurezza.

(13 giugno 2011) © Riproduzione riservata

lunedì 6 giugno 2011

Stati Uniti, la fabbrica delle «bolle»

Articolo tratto da "Il sole 24 ore" (http://www.ilsole24ore.com)

Il gruppo Ardagh, società di packaging irlandese, il vero pacco l'ha rifilato agli investitori. A metà maggio è infatti riuscita a vendere a fondi americani ed europei un prestito obbligazionario che definire rischioso sarebbe riduttivo: il bond ha un rating da quasi-insolvenza (Caa1/B-), è emesso da una società irlandese (dunque ha anche un elevato rischio-Paese) e per contratto non paga interessi in contanti. Eppure grazie a un rendimento dell'11,13%, in fondo neppure così elevato data l'estrema rischiosità, il gruppo Ardagh è riuscito ad attirare l'interesse di così tanti investitori che ha potuto addirittura aumentare l'importo dell'offerta. Insomma: fondi e banche hanno aderito con gioia a questo collocamento obbligazionario. Per un motivo banale: hanno troppi soldi. La politica monetaria di molte banche centrali, a partire dalla Federal Reserve americana, ha "creato" così tanta liquidità che gli investitori non sanno più dove metterla. La investono ovunque: in titoli sicuri, rischiosi o da spericolati. Tutto va bene. Anche i pacchi di Ardagh.

La fabbrica delle bolle
Ardagh può essere forse l'emblema della grande speculazione. Ma in realtà di bolle ce ne sono potenzialmente tante altre. C'è quella sui titoli di Stato Usa: il rischio degli Stati Uniti aumenta, ma i rendimenti dei T-Bond sono sui minimi. È un paradosso, ma banche e fondi se li strappano di mano come fossero d'oro. Per non parlare dell'oro, quello vero: le sue quotazioni viaggiano sui massimi storici. Insieme a quelle dell'argento. E che dire di Wall Street? L'economia americana fatica a smaltire i postumi della crisi, ma la Borsa di New York vola, con rialzi di oltre il 20% dall'estate scorsa. E il primo social network che si quota, cioè Linkedin, viene accolto con un +109% il primo giorno, salvo sgonfiarsi dopo. Ci sono poi bolle in vista sui Paesi emergenti. Perfino le obbligazioni legate ai mutui Usa, quelle fino a poco tempo fa definite «tossiche», sono tornate a stuzzicare l'appetito degli investitori.
Se si parla con gli operatori, tanti trovano giustificazioni per ognuno di questi mercati. Le azioni? Sono ancora sottovalutate – dicono – dunque è giusto comprarle. I titoli di Stato Usa? Scontano un prolungato periodo di tassi bassi – affermano – e dunque è sensato acquistarli. I corporate bond? Hanno un valore relativamente attraente rispetto ai dividendi delle azioni – aggiungono – e dunque offrono buone opportunità. I paesi emergenti? Sono il futuro e dunque è corretto puntare su di loro. Tutte queste spiegazioni hanno dei fondamenti di validità, certo. Ma ricordano un po' troppo le tante giustificazioni che a fine anni '90 si davano per spiegare il rialzo dei titoli hi tech.
La realtà, forse, è un'altra. Se si guarda l'andamento di tutti questi mercati (nel grafico a fianco), si scopre infatti che il fattore scatenante del grande rally generalizzato è probabilmente uno solo: l'inondazione di liquidità da parte della Federal Reserve (anche attraverso il cosiddetto quantitative easing che ora sta per terminare) e delle altre banche centrali. In due anni la Fed ha aumentato la base monetaria negli Usa del 198%. I grandi investitori e le grandi banche hanno disponibilità immensa di denaro a bassissimo costo (basta prenderlo in prestito negli Usa dove i tassi sono a zero), per cui qualunque investimento risulta nel breve periodo conveniente. L'aspetto triste è che questa inondazione di liquidità ha creato tanta speculazione ma non ha ancora dato una scossa all'economia reale e all'occupazione. Insomma: la politica monetaria ultra-espansiva per ora ha fatto felici banchieri e speculatori, non ancora i cittadini.
Guadagni nel breve, rischi nel lungo
Markus Brunnermeier, docente alla Princeton University ed esperto di crisi, vede molteplici segnali premonitori: «La crescente correlazione tra i prezzi delle materie prime, energia compresa, è segno di attività speculativa». Ancora: «Gli hot money, i flussi di capitale di breve periodo, sono un problema irrisolto per i mercati emergenti», che gonfiano le quotazioni dei loro bond e delle loro Borse. A Wall Street considera più difficile gridare agli eccessi, ma non li esclude. Anche Mickey Levy, capoeconomista di Bank of America e uno dei grandi guru americani di politica monetaria, ha le proprie riserve. Non è mai stato un fautore delle ultime manovre di Bernanke sulla liquidità. «Hanno aiutato ben poco l'economia reale – dice –. E senza il quantitative easing il mercato azionario non sarebbe agli attuali elevati livelli». Levy invita tuttavia alla cautela nel lanciare allarmi sui mercati. «Credo che in termini di prezzi non ci siano nell'insieme enormi eccessi, del tutto slegati dalle condizioni di fondo».
Può darsi. Il problema della grande speculazione sta nel lungo termine: cosa accadrà quando, tutti insieme, gli investitori decideranno che è ora di finirla? Cosa accadrà quando il denaro, anche negli Usa, inizierà a non costare più zero? Il professor Markus Brunnermeier teme proprio questo: che prima o poi «qualcosa vada storto». Una bufera sui mercati emergenti, problemi in Cina come in Germania o sul debito europeo: qualcosa che inneschi in un clima già teso gravi reazioni a catena. Negli ambienti finanziari Usa va di moda una sigla: IBG. È l'acronimo di «I'll be gone». Tradotto: per ora speculo, intanto quando tutto inizierà a crollare «io me ne sarò già andato». Il problema è che lo pensano in tanti: immaginate cosa accadrà quando tutti «se ne andranno»...

Articolo completo (con in più "La bolla della satira"): http://www.ilsole24ore.com/art/notizie/2011-06-05/stati-uniti-fabbrica-bolle-081229.shtml?uuid=AaQy4HdD

lunedì 18 aprile 2011

S&P taglia l'outlook degli Stati Uniti da stabile a negativo

Articolo tratto da "Il sole 24 ore" (http://www.ilsole24ore.com), da quest'articolo in poi articoli anche sulla pagina fan di Facebook su "Il Mondo Futuro".


S&P taglia l'outlook degli Stati Uniti da stabile a negativo

Standard & Poor's conferma il rating di "Tripla A" degli Stati Uniti ma rivede l'outlook a "negativo" da "stabile". Una decisione senza precedenti nella storia. Riflette, spiega in una nota l'agenzia di rating, il deterioramento dei conti pubblici. Per S&P, la cui decisione arriva dopo lo stallo del Congresso sulla manovra fiscale , c'è il rischio che il Congresso e il presidente Usa, Barack Obama, «non riescano a raggiungere un accordo per risolvere le sfide di bilancio di medio e lungo termine entro il 2013». Probabile, spiega l'agenzia, che un accordo sarà trovato solo dopo le elezioni presidenziali del prossimo anno (novembre 2012).

Ragion per cui il profilo fiscale degli Stati Uniti potrebbe diventare secondo l'agenzia «significativamente più debole» rispetto a quello degli altri Paesi con rating sovrano di tripla A. «L'economia Usa - si legge nella nota di S&P - è flessibile e altamente diversificata e le politiche monetarie del Paese hanno sostenuto la produzione contenendo le pressioni inflazionistiche». Tuttavia «poiché gli Usa hanno un deficit molto ampio rispetto agli altri Paesi con tripla A, e il percorso per ridurlo non ci è chiaro, abbiamo rivisto il nostro outlook sul rating di lungo termine a "negativo" da "stabile"».

La reazione del Tesoro Usa
Immediata la reazione del dipartimento al Tesoro. «Riteniamo che un outlook negativo sottostimi la capacità dei leader americani di trovare un punto di incontro per risolvere i difficili problemi di bilancio che la Nazione deve fronteggiare», ha detto Mary Miller, collaboratore del segretario al Tesoro, Timothy Geithner.

Proprio Geithner ieri aveva annunciato di essere «assolutamente certo» che il Congresso degli Stati Uniti approverà l'innalzamento del tetto del deficit Usa. Anche perché, se non lo facesse, i parlamentari americani avrebbero la responsabilità di mettere l'economia americana in condizione di «rischi catastrofici».

Dalla Casa Bianca: un giudizio politico
Secondo il consigliere economico della Casa Bianca, Austan Goolsbee quello di S&P è un «giudizio politico». Parlando alle tv MSNBC e CNBC, Goolsbee ha riferito di non essere d'accordo con ribadendo che gli Stati Uniti raggiungeranno un'intesa a lungo termine sulla riduzione del deficit di bilancio.

Obama: faremo meglio delle previsioni di S&P
Gli Stati Uniti «faranno meglio» rispetto all'outlook dell'agenzia di rating Standard & Poor's'. Il governo, come ha sottolineato il portavoce della Casa Bianca Jay Carney, «troverà una soluzione» per i problemi di bilancio del Paese. Il presidente Barack Obama, ha detto il portavoce, è convinto si troverà un accordo, dal momento che sia il piano per migliorare i conti pubblici presentato dal presidente sia quello dei repubblicani della Camera dei Deputati chiedono una riduzione del deficit di circa 4.000 miliardi. La decisione di S&P, ha detto ancora Carney, è comunque un «promemoria» dell'importanza dei problemi di bilancio.

Mercati in rosso, dollaro giù, oro record
Dopo la notizia, Wall Street e le Borse europee viaggiano in netto ribasso. Mentre l'oro si è avvicinato, per la prima volta nella storia, alla soglia dei 1.500 dollari. Complice il calo del dollaro. Reazione negativa anche da parte dei titoli del Tesoro Usa, con l'interesse sul titolo decennale in rialzo al 3,45 per cento a New York.

sabato 26 febbraio 2011

Wisconsin, colpo di mano repubblicano

Articolo tratto da Peace Reporter (http://it.peacereporter.net)

Votata all'alba la legge anti-sindacale. Deputati democratici colti alla sprovvista

La maggioranza repubblicana dello Stato del Wisconsin ha approvato una proposta di legge che priverebbe la maggior parte dei dipendenti pubblici del diritto alla trattativa collettiva, assegnando così un'importante vittoria al contestato governatore, Scott Walker.

Il percorso che ha portato al voto è stato 'tempestoso'. Il dibattito sulla legge si è infuocato nei giorni scorsi fino a coinvolgere la cittadinanza, che ha occupato la sede del governo per giorni, cercando di far pressione sui Repubblicani affinchè ritirassero il contestato provvedimento, deciso per colmare un deficit di 137 milioni di dollari e trovare le risorse mancanti (3,6 miliardi di dollari) per il bilancio 2011-2013. Tutto ciò a spese dei lavoratori, che, se la legge sarà definitivamente adottata, dovranno pagarsi metà dei contributi pensionistici e il 12 percento di quelli per l'assistenza sanitaria, oltre a sottrarre loro la possibilità di far ricorso alla contrattazione collettiva su condizioni di lavoro e benefici vari.

La proposta è stata votata nella notte, all'improvviso. Quindici Democratici erano ancora in attesa di parlare, quando il presidente dell'assemblea ha aperto il voto per chiuderlo pochi secondi dopo, lasciando sbigottiti i Democratici. Solo 13 su 18 hanno potuto votare in tempo. Gli altri rappresentanti dell'opposizione sono fuggiti in Illinois per evitare che venisse raggiunto il numero legale. Il governatore Walker li ha fatti cercare dalla polizia dello Stato. Pur avendo la maggioranza anche al Senato, i Repubblicani non possono mettere ai voti la legge anti-sindacale se non riscono a far tornare almeno uno dei 14 Democratici che si sono dati alla macchia.

Altri governi stanno adottando negli Stati Uniti una politica di tagli e smantellamento dei diritti: nell'Indiana il governatore Repubblicano Mitch Daniels ha chiamato i lavoratori del settore pubblico (insegnanti, spazzini, guardie carcerarie e altri) 'l'elite privilegiata', indicando che i loro salari sono cresciuti in modo 'inappropriato', mentre quelli del settore privato sono rimasti invariati. Nell'Ohio, il governo sta spingendo una proposta di legge per impedire ai dipendenti pubblici di scioperare, pur lasciando invariata la possibilità di contrattazione collettiva.

Luca Galassi

lunedì 17 gennaio 2011

Usa e Cina, la sfida dei giganti per rilanciare l'economia del pianeta

Articolo tratto da Repubblica (http://www.repubblica.it):

Si apre domani sera a Washington la visita del presidente cinese. Quaranta anni dopo la diplomazia del ping pong, Hu Jintao porta nella Casa Bianca di Obama miracoli e ombre

dal nostro corrispondente FEDERICO RAMPINI NEW YORK - Il 47% degli americani è convinto che il sorpasso del Pil tra Cina e Stati Uniti sia già avvenuto. Il risultato dell'autorevole sondaggio annuo Pew Research è rivelatore. In realtà nelle proiezioni più ottimiste l'economia cinese non raggiungerà le dimensioni americane prima del 2018 (altri rinviano lo storico aggancio verso il 2030). Ma le percezioni contano, e di percezioni è fatto questo G2, il vertice sino-americano che si apre domani sera a Washington con una cena privata. I due padroni del mondo: che piaccia o no a Barack Obama e Hu Jintao, così li considerano le loro opinioni pubbliche, e le altre nazioni. Quella visione dei due padroni, per quanto controversa, rende perfettamente il percorso storico che ha cambiato i connotati del mondo.

Questa visita coincide con il quarantesimo anniversario della "diplomazia del ping pong", quando le due nazionali di tennis da tavolo furono usate nel 1971 come apri-pista per il primo incontro diretto tra Richard Nixon e Mao Zedong nell'anno seguente: la Cina di allora era un gigante povero, sempre minacciato dalle carestie, utile all'America solo come contrappeso politico-diplomatico all'Unione sovietica.

Per ritrovare la precedente visita di Stato del presidente cinese a Washington rispetto a quella di domani sera, bisogna risalire al 1997 con Jiang Zemin ricevuto da Bill Clinton: la Cina era già in piena modernizzazione, ma mancavano ben quattro anni al suo ingresso nell'Organizzazione del commercio mondiale, il suo impatto nella globalizzazione era modesto, e proprio in quell'anno doveva difendersi dal contagio della crisi finanziaria asiatica.
Oggi ci sembra lontano perfino il 2006, quando Hu Jintao fu ricevuto (ma non col rango della visita di Stato) da George Bush.

L'America pre-recessione era ben più sicura di sé. Al punto da infliggere al ospite, per pura sbadataggine, diverse offese di protocollo: l'insufficiente servizio d'ordine alla conferenza stampa consentì una mini-manifestazione di protesta di Falun Gong; poi l'inno nazionale fu attribuito alla Republic of China che è il nome ufficiale di Taiwan. Errori che l'Amministrazione Obama non ripeterà certo: oggi un vertice sino-americano è preparato con ben altra cura. Hu rappresenta un paese che ha sfondato i 250 miliardi di dollari di attivo commerciale annuo con gli Stati Uniti nel dicembre 2010. Il 21% di tutti i debiti esteri del Tesoro Usa sono detenuti da Pechino, per un totale di 850 miliardi. E la banca centrale cinese con 2.850 miliardi nelle sue casse (la massima parte in dollari) ha il 25% delle riserve valutarie mondiali. Il peso dell'ospite lo si misura dalla lotta senza quartiere che si è scatenata per un "posto a tavola" nella cena di Stato alla Casa Bianca. Tutti i chief executive delle banche di Wall Street stanno facendo da settimane un lobbying forsennato per essere inclusi tra i Vip che "assisteranno alla storia". Hu da parte sua ha risposto con un gesto molto "imperiale": al primo posto nella lista degli invitati che spettano a lui, ha messo i sindaci di San Francisco e Oakland, i primi due sino-americani a governare due metropoli Usa.

L'idea del G2 non ha più quel fascino bonario e ingenuo che le fu attribuito all'inizio della presidenza Obama, quando prevaleva l'ottimismo della volontà. Oggi nessuno vede come realistico un "direttorio" a due che risolve tutti i problemi del pianeta. Le differenze, di interessi e di valori, sono troppo grandi. Ciò non toglie nulla alla centralità del loro rapporto: quando è produttivo, quando è conflittuale, quando è nello stallo, è sempre e comunque il più rilevante di tutti.

L'economia resta il dossier più corposo. Su questo terreno la definizione dei padroni del mondo non è esagerata. Il segretario al Tesoro Tim Geithner prevede che "al massimo in dieci anni la Cina avrà scalzato l'Europa come principale partner commerciale degli Stati Uniti". A Washington il Fondo monetario vede un 2011 dominato da due motori di sviluppo: da una parte i paesi ex-emergenti tra i quali la Cina ha una leadership indiscussa; d'altra parte gli Stati Uniti che si avviano verso una crescita del Pil doppia rispetto all'eurozona. Geithner preme per una più sostanziosa rivalutazione del renminbi, la moneta cinese che oggi gode di una "sotto-valutazione competitiva". Ammette che Pechino ha mantenuto una parte delle promesse: "In termini reali il renminbi si è rivalutato del 10% annuo". I timori americani però si stanno spostando altrove. Anzitutto sul sistematico saccheggio della proprietà intellettuale da parte dei cinesi. Secondo i termini usati da un'indagine del Congresso, "perfino i ministeri di Pechino fanno ricorso regolarmente a software pirata, rubato dalle aziende informatiche Usa senza pagare i copyright".

Un altro coro di lamentele riguarda il livello dei sussidi di Stato erogati da Pechino alle sue aziende, falsando la concorrenza con gli stranieri. I casi più clamorosi riguardano la Green Economy tanto cara a Obama. Le maggiori aziende americane dell'energia solare stanno chiudendo le fabbriche di pannelli fotovoltaici sul territorio Usa per delocalizzarle in Cina. In questo caso non conta il differenziale nel costo del lavoro (è un settore hi-tech a bassa intensità di manodopera) quanto il vantaggio incolmabile offerto dalla generosità dei sussidi pubblici cinesi. La "dottrina Obama" prevede che dalla crisi economica si esca con un riequilibrio tra le due economie maggiori: alla Cina tocca "consumare di più, ridurre il risparmio, importare". Dalla rapidità di questo aggiustamento, dipenderà che l'America si senta meno defraudata nell'assetto attuale del G2. Altrimenti c'è il rischio che uno dei due padroni del mondo denunci il contratto, e cerchi di forzare una revisione delle regole del gioco. Ma "l'incidente" potrebbe anche venire dalla Cina: lo scoppio di un bolla speculativa, un eccesso d'inflazione. Per questo Geithner evita di esasperare la tensione: lo status quo è molto meglio di un salto nel buio.

All'indurimento dei toni nel rapporto a due contribuisce di più la spinta al riarmo della Cina. Lo choc più recente è la scoperta che le forze armate di Pechino hanno messo a punto il loro "caccia-bombardiere invisibile", in codice il J-20, il cui primo test ha coinciso provocatoriamente con una visita a Pechino del segretario alla Difesa, Robert Gates. Da Washington ha risposto Hillary Clinton con un duro richiamo sui diritti umani: "La Cina mantenga gli impegni, liberi i dissidenti politici e riformi il suo sistema politico, se vuole essere all'altezza delle sue responsabilità globali nel XXI secolo". Nella eccezionalità del vertice di mercoledì c'è anche questo: sarà la prima volta che un presidente degli Stati Uniti è costretto a offrire un ricevimento di Stato in onore di un leader straniero che tiene in carcere il premio Nobel della Pace (Liu Xiaobo).

Il tema che più cattura il sentimento dell'America alla vigilia di questo G2 è un altro. Il sorpasso di cui c'è la consapevolezza più acuta, è quello misurato nella classifica Ocse-Pisa sui risultati di apprendimento nei licei di tutto il mondo. Per la prima volta nella storia, i licei di Shanghai hanno conquistato il primato assoluto. I licei americani sono arrivati al 15esimo posto nella capacità di lettura, al 23esimo nelle scienze, al 31esimo in matematica. "Chi vince a scuola oggi, vincerà la competizione economica del futuro", avverte Obama. La sfida dei padroni del mondo, dentro il G2, è diventata anche l'unica gara che conta, e il luogo dove si misura chi sta facendo le scelte giuste per il suo futuro.

(17 gennaio 2011) © Riproduzione riservata

domenica 9 gennaio 2011

Ora il Tesoro Usa paventa il proprio “default” (bancarotta)

Articolo tratto da Repubblica (http://www.repubblica.it)

225px-Timothy_Geithner_official_portrait“Default”, bancarotta. Mai in passato un segretario al Tesoro degli Stati Uniti aveva osato evocare questo rischio per l’economia più ricca del pianeta: la sua. Lo ha fatto Tim Geithner (nella foto) ieri, usando la parola tabù in una lettera ufficiale inviata al Congresso.

Nelle stesse ore in cui il massimo responsabile del bilancio americano osava pronunciare l’impensabile, l’euro si è indebolito anziché rafforzarsi sul dollaro: a conferma che nel confronto tra malati, l’Eurozona è perfino più fragile degli Stati Uniti.

Nuove rivelazioni intanto confermano il ruolo cruciale della Cina per tamponare gli Stati europei più fragili. Pechino si appresta a comprare 6 miliardi di euro di titoli del debito pubblico spagnolo per impedire che Madrid sia “la prossima della lista” dopo Grecia e Irlanda. Se il 2011 dovesse essere l’anno segnato da qualche bancarotta sovrana, nonostante le sue floride finanze anche la Repubblica Popolare cinese è esposta a perdite consistenti, sulle riserve investite nelle valute altrui.

La lettera di Geithner ha dei passaggi che fanno tremare. Nel caso che il Congresso non approvi rapidamente una legge per alzare il tetto legale del debito federale, autorizzando così il Tesoro a emettere più titoli per finanziarsi, “il danno sarebbe catastrofico, la solidità dei buoni del Tesoro sarebbe a rischio, così come il ruolo del dollaro come moneta di pagamenti internazionale”. Vista la “gravità delle sfide per gli Stati Uniti e le altre economie mondiali”, avverte ancora il ministro, “la fiducia dei mercati mondiali nella nostra solvibilità finanziaria è cruciale”.

Nella drammatizzazione del rischio-bancarotta gioca anche un elemento tattico. Si è appena insediata a Washington la nuova Camera dei deputati, dove i repubblicani hanno la maggioranza. La destra vuole tenere in ostaggio l’Amministrazione Obama, negando i voti necessari per emettere nuovi buoni del Tesoro. “Il popolo americano – dichiara il nuovo presidente della Camera John Boehner – non accetterà un aumento del debito, se non è accompagnato da drastiche azioni per tagliare le spese pubbliche che uccidono posti di lavoro”.

Per certi versi è un “déjà-vu”. La destra persegue la strategia reaganiana “affamare la bestia”: negare risorse allo Stato, per smantellare tutto l’edificio del Welfare State considerato come il nemico numero uno. E’ la stessa destra che si è data i “20 giorni” per abrogare tutte le riforme di Barack Obama, inclusa la sanità. Il presidente democratico messo in minoranza alla Camera – come Bill Clinton nel 1994 – reagisce al ricatto denunciando il gioco al massacro. Nello stallo può succedere che tutti gli uffici dell’Amministrazione federale vengano chiusi per mancanza di risorse, proprio come accadde per alcune settimane nel 1995.

Oggi però la schermaglia tattica avviene su uno sfondo immensamente più fragile, rispetto agli anni Novanta. La soglia di debito pubblico che Washington sta per sfondare – pari a 14,3 miliardi di dollari – vale il 99,3% del Prodotto interno lordo degli Stati Uniti. Il deficit corrente è il 10% del Pil. Un livello allarmante, mai raggiunto dalla seconda guerra mondiale. Ai livelli dei Pigs.

Fanta-politica, una bancarotta americana? Ma è proprio nella politica che ci sono i germi di un’instabilità che può improvvisamente creare il panico tra gli investitori. La destra Usa ha al suo interno delle correnti fondamentaliste che arrivano a invocare l’Apocalisse del crac finanziario nazionale, come una sorta di catarsi per espiare i peccati dello statalismo.

Ecco cosa scrive John Tamny, autorevole economista del Cato Institute, un think tank che fa da trait-d’union fra il neoliberismo reaganiano e il Tea Party di oggi: “E’ ora che impariamo ad amare l’idea di una bancarotta sovrana degli Stati Uniti. Quegli americani che temono un’insolvenza del Tesoro, sono come i genitori di un eroinomane, che paventano il momento in cui lo spacciatore smetterà di vendere la droga al loro figlio”.

Bruce Bartlett, un economista moderato che denuncia queste farneticazioni, è costretto ad ammettere: “Molti integralisti della destra s’illudono che basti non alzare il tetto legale del debito, e d’incanto lo Stato sarà costretto a ridmensionarsi. Da quando questi fanatici sono entrati al Congresso la prospettiva di un default degli Stati Uniti, per quanto resti improbabile, non è più impossibile”.

Ci sono varianti “minori” di questo scenario. La crisi della finanza locale è ancora più grave rispetto ai problemi di Washington, per le rigidità fiscali delle costituzioni nei singoli Stati. Una bancarotta della California farebbe saltare i rimborsi sul debito pubblico di un’economia più ricca dell’Italia. In quanto al Tesoro federale, la sua salvezza finora poggia sul dollaro. Washington ha ancora il privilegio imperiale di stampare una moneta che il resto del mondo accetta, sia pure a malincuore.

E’ il signoraggio che manca all’Eurozona. Perciò, se il 2011 dovesse essere l’anno di una bancarotta sovrana, i mercati scommettono che questo accadrà prima in Europa. E perfino l’interessata generosità della Cina non sarebbe un salvagente miracoloso.